lunedì 22 gennaio 2018

Kill Ugly Radio

Rimasi inerme sdraiato nel buio dopo aver messo un disco che tolsi quasi subito, perché tanto lo avevo ascoltato che non mi interessava più. Dalla bottiglia che avevo posato vicino alla sedia mi versai da bere e andai a prendere dei cubetti di ghiaccio dal frigo. Per quelli che come me avevano due anime, era davvero difficile andare avanti. Ero metà di quello che avrei voluto essere, ero metà in tutto quello che facevo, e questo bastò per riempirmi d’ansia. Tutti i voli finiscono a terra, c’è poco da fare. Mi versai dell’altro whisky sopra il ghiaccio che avevo già nel bicchiere, e presi a bere lentamente. Me ne stavo fermo su lato opposto della strada senza sapere dove andare, dove svoltare, o cosa cercare ancora. Non mi andava di mollare, senza un segnale di riconoscimento, un ultimo sussulto. La vita ci riserva una montagna di dispiaceri considerai, nello stesso momento in cui la signora Nunzia per via della sua insonnia, fece arrivare dalla radiolina la canzone che stava ascoltando. Respirai profondamente alzando la faccia all’insù, e inalando l’aria in brevi ansiti, guardai l’orologio. Per consolarmi ho messo Debris, una canzone dei Faces. Ci sono cose che ti porti appresso per sempre. Il 16 agosto del 1977 avevo quattordici anni ed ero seduto insieme a mia madre sul divano di nappa marrone, nel soggiorno di casa. Il giornalista del telegiornale recitò: “Il Re del rock’n’roll Elvis Presley è morto alle 14.30 per un attacco cardiocircolatorio nel bagno della sua casa di Memphis. Aveva 42 anni” Fuori dalla mia finestra ascoltai le voci dei bambini festosi, ma anche della follia del mondo. Non capivo come poteva essere accaduto in quel giorno luminoso, assolato, limpido e caldo, a quel ragazzo che aveva trasformato il blues, nella musica più eccitante che conoscevo. Sono rimasto in silenzio seduto su quel divano, con addosso una tristezza infinita. È davvero insopportabile il livello di stronzate che dobbiamo tollerate ogni santo giorno della nostra esistenza. A ciascuno la sua merda. Niente che non sappiamo. Bugie e cicatrici, sporche macchinazioni. Se sei famoso però ti sistemeranno per bene, e ci sarà qualcuno che guadagnerà un mucchio di quattrini dalla tua scomparsa. Delbert Sonny West fece la guardia del corpo per ben sedici anni a Elvis, ed è lui che raccontò che il Re ingoiava pillole dalla mattina alla sera, e si iniettava droghe con piccole siringhe di plastica a peretta negli avambracci, nelle gambe, nei polsi. Spesso lo aveva aiutato lui stesso. I medici cercarono di tenerla nascosta la verità, era pur sempre un bianco del sud Elvis “The Pelvis”, mica un negro qualsiasi. C’è sempre un’aria schifosa da respirare in questo mondo, e devi strizzare gli occhi come un topo, perché non puoi guardare il sole per troppo tempo. I veri artisti sono pazzi, ma hanno la capacita di tornare indietro dal loro viaggio interiore per descriverlo, e tramutarlo in arte. Lou Reed è uno dei padri spirituali del rock’n’roll. La sua tristezza, il suo terrore, la sua angoscia, puoi sentirli zigzagare ovunque nelle sue canzoni, mentre danzando vengono verso di te. DNA, Arto Lindsay, Glenn Branca, Contortions, Lounge Lizard, Suicide, sono una parte della sua enorme prole. Musicisti che come lui hanno messo in evidenza lo squallore, la paranoia, il lato oscuro della vita. Cuori di tenebra. “Cominciate a suonaredisse il manager alla band, così vi fate le ossa e fate esperienza”. Fu in uno di questi momenti che una rabbia straordinaria attraversò e scosse il rock’n’roll. Come succede quanto ti viene data troppa libertà, qualcuno poi se la riprende e, alla fine, il rock’n’roll l’hanno fatto diventare persino scrupoloso, lui che è sempre stato insaziabile e ingordo. Così prima di diventare troppo vecchio, il rock è morto. È accaduto come in “My Generation” degli Who. E’ sempre la frenesia che ci fotte. Quella frenesia di andare a vedere, a destra e a sinistra, che ci fa sbattere la testa negli spigoli dei nascondigli in cui rovistiamo. Cartoline ingiallite dal tempo. Uno squinternato hotel, voci stridule e folli. Una radio che sputa musica country. Artisti radicali che provano un pezzo. Non c’era nulla di falso e costruito in Lulu che se ne stava ore e ore a provare canzoni con Black Jack, agghindato con una grossa collana di strass e un acconciatura stile Riccardo III, e suonava la viola. Bob Dylan non ha mai amato la gente, ha sempre vissuto isolato per proteggersi dal bagliore tremolante di quel circo di cui è la principale stella. Lo sanno tutti ormai che è sempre stato il più bravo a scrivere canzoni. Ma lui non voleva sentirsi soffocato, ingabbiato. Anarchico e palesemente a disagio con il mondo, ha sempre quell’aria da pugile sconfitto. Come a dire: “non mi rompete i coglioni”. La mano affonda nelle tasche dei pantaloni, un fazzoletto, delle carte modificate, tabacco e cerini. Nella downtown le sconfitte sono truccate. Society la canta Eddie Vedder nella colonna sonora di “Into The Wild”. Un film che mi ha fatto piangere. “Non lo possiamo dire eccovi la libertà, adesso farete quello che vorrete il governo non c’è più. La gente non saprebbe cosa fare. Si divorerebbe a vicenda come belve. Bisogna prima emanciparli. Il rock’n’roll ha questa funzione.“ (Frank Zappa) Persone anziane che comandano il mondo. C’è chi si definiva hippy, altri beatnik, altri ancora giocatori alla ruota della fortuna. “Freak Out !” è un album doppio pieno zeppo di trasgressione, di sentieri ancora oggi inesplorati, è musica libera dalla schiavitù sociale. Un invito alla creatività. Ero una specie di ribelle da ragazzo, di quelli che mal sopportavano le ingiustizie. Per questo, quando ho incontrato il rock’n’roll, mi sono sentito a casa mia. Manifestava tutta la mia rabbia, e mi consentiva di comunicare con gli altri. Attraverso la musica ho imparato a resistere. Quando è arrivato il punk, ho capito che mi faceva diventare davvero matto. Era la mia energia vitale, erano le mie barriere che cadevano, il mio viaggio mentale. Fu allora che presi ad avere cura di me stesso, educandomi da solo. Il punk mi ha indotto a riflettere. “Spazio… bianco.  UCCIDETE LA BRUTTA RADIO Persone di Plastica Oh cara, ora… sei così noiosa (Non so… delle volte mi stufo di te cara, deve essere, ah, il tuo spray per capelli, o qualcos’altro) Persone di Plastica Oh cara, ora… sei così noiosa (Sento il suono di piedi che marciano… in Sunset Blvd. fino Crescent Heights, e qui al Pandora’s Box, abbiamo davanti una enorme quantità di Persone di Plastica) prendetevi un giorno e fatevi una passeggiata Guardate questi nazisti governare la vostra città. Poi andate a casa e datevi una controllata. Pensate che noi stiamo parlando di qualcun altro… ma voi siete Persone di Plastica Oh cara, ora… sei così noiosa Ooo-Ooo-Ooo Ooo-Ooo-Ooo Ooo-Ooo-Ooo Ooooooooh!” (Plastic People – Frank Zappa).
C’è sempre un vincitore che viene esaltato al di là dei suoi meriti. Succede sempre dopo ogni elezione. Un giochino meschino che va avanti da sempre. Si prendono cura del tuo pensiero, ti gestiscono la vita, e come magnaccia ti consigliano la soluzione più saggia. Un mondo pieno zeppo di pregiudizi, di sputasentenze, di gente che si crede emancipata. Potreste dirmi per favore dove stiamo andando? Dove porta questa strada? Scusate ma mi sento un po’ preso per il culo, a camminare in fila indiana. E’ tutto buio. Che ci faccio qui? Ecco, chissà cosa direbbero oggi questi finti progressisti che ci massacrano le palle dalla mattina alla sera, di uno come Frank Zappa. Già a suo tempo la stessa sua razza, lo ha spinto e confinato verso quella tribù di invisibili. Perché era uno che ti disorientava Francesco, che ti prendeva a calci nei denti. Era uno che cercava di capire, e questo gli metteva paura. Durante i suoi show, lo spettacolo era arricchito da trovate sceniche pensate ed elaborate per non far calare mai la tensione. Baby-doll volanti, una giraffa di peluche masturbata da una marionetta, che eiaculava panna montata sul pubblico. Veri marines saliti sul palco a mostrare il loro animo, su un bambolotto che recitava il ruolo ingrato di un vietnamita. “Strumenti didattici” dichiarò Frank che rapiva i cuori degli audaci. Di certo le radio non mandavano mai le sue canzoni, e il pubblico rock convenzionale lo detestava, ieri come oggi. Troppo complicato per chi aveva solo voglia di fare surf, scopare, e imbottirsi di qualcosa, sentendo musica. Gente che a loro insaputa era stata già presa a bastonate sulla schiena. Sapete come va a finire ai piantagrane, li sbattono sulle prime pagine dei giornali, e dopo li chiudono in una scatola gettandoli in fondo all’oceano. Liquame che cola dalla televisione, lo strumento per dominarti il pensiero, la spazzatura con cui ti nutrono, fino al giorno in cui non gli servirai più. Non cercare aiuto. Nessuno baderà a te. La tua mente è totalmente controllata, è stata fusa nello stampo e tu farai come ti viene detto finché i diritti su di te saranno venduti. Tutto bene gente… Non toccate il selettore!” (Frank Zappa).
Quando ti devono annientare ti dipingono come fascista, comunista, xenofobo, nazista, sobillatore, usano tutto quello che gli fa più comodo. Sei come una bestiola, da curare e ammansire. Ho visto i poveri con il naso all’ingiu’ che risalivano la città. Mille euro al mese, più ottanta euro di bonus… sospensione… Viva L’Italia.
Bartolo Federico

martedì 16 gennaio 2018

Il tempo non aspetta nessuno

Seduto in un bar bevo caffè, e fumo di tanto in tanto qualche cicca. Me ne sto con le tempeste sonore di Bob Dylan nelle orecchie, e cerco delle risposte che non troverò mai. Qualche giorno fa sono andato per l’ennesima volta all’ufficio di collocamento. Un impiegato simpatico come un becchino delle pompe funebri mi ha detto che non c’era trippa per gatti, per cui facevo meglio a ripassare tra qualche mese. Nel frattempo frusciai ad alta voce: “vengo a mangiare da lei”. Il tizio ha fatto finta di non capire. Me ne sono andato camminando a testa bassa e rovistando nei pensieri più infimi, mi sono diretto verso il quartiere dove sono cresciuto. Avrei voluto fare un sacco di cose nella mia vita, anche amare qualcuno, invece non facevo un cazzo di niente. I miei genitori avevano fatto sacrifici immensi per farmi studiare, perché sin da piccolo promettevo bene, e il loro sogno era quello di avere un figlio da chiamare Dottore. Avevano puntato tutto su di me, e io avevo fatto del mio meglio per non deluderli ma, a dire il vero, anche allora avrei voluto dileguarmi tra gli spiritati vagabondi della notte. A cosa sono serviti tutti quei sacrifici pensai mentre mi alzavo per andarmene dal bar, se sono uno dei tanti che rimpingua la fila dei disoccupati? Me ne sto in giro facendo cose odiose, come il venditore porta a porta. Perché in questo cazzo di paese, vendere è l’unica prospettiva che ti viene data. Certo, qualcosa rifilo e qualcosina riscuoto, ma è sempre troppo poco per tirare avanti. Mi sento bello e inguaiato, e non ho un piano di riserva. Il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.
“Il tempo non aspetta nessun uomo e non mi aspetta. Sì il tempo non aspetta nessuno e non aspetta me. Sfrutta la tua estate, raccogli il grano. I sogni di una notte svaniranno all’alba. E il tempo non aspetta nessuno.” (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

A furia di prendere randellate si diventa duri come il marmo. Così i minuti passano e anche le ore… e poi i giorni, i mesi e gli anni. Insomma, il resto del nostro tempo se ne va via in un baleno, lasciandoci storditi e anche nauseati. Chissà perché teniamo duro di fronte a tutto. Siamo fatti così noi uomini. Non pensando che alla fine si diventa qualcun‘altro e si è vecchi in un colpo solo. Ho raggiunto Maria al suo negozio, perché quando ho voglia di parlare lei è l’unica che ascolta le mie disgrazie. Non appena mi vede sull’uscio della porta, mi mostra un sorriso complice e, avvicinandosi, mi enfatizza schietta: per essere qui, sei di nuovo nei guai”. Da ragazzi avevamo provato a stare insieme ma non aveva funzionato, era finita che quasi ci odiavamo. Facevamo le cose pensando di compiacerci, ma in questo modo si combinano solo casini. In compenso, da allora, non avevamo più segreti fra di noi. Ero andato da lei pensando di raccontarle le mie pene ma, non so perché, non mi andava più di parlarle, e per la prima volta mi sentii a disagio. Allora presi la sua mano, e lei sospirando si lasciò andare: “Bart quando esci dai sogni e vieni a vivere in questo mondo? Quando lo farai?”
Il tempo può tirar giù un palazzo o distruggere il viso di una donna. Le ore sono come diamanti non sciupatele. Il tempo non aspetta nessuno non regala niente. Il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).
Mesto me ne sono tornato nel mio buco. Non me la sono sentita di speculare ancora sulla sua bontà, sul suo garbo… ma è anche tempo di mettere le cose in chiaro con me stesso. Perché nella solitudine il divino sparisce per sempre. Mi sono messo ad ascoltare dei vecchi dischi, così ad un tratto come se fossi passato con una ramazza su quella nuvola di polvere che copre i ricordi, mi sono sentito più confortato. Dopo tanto tempo mi sono riconosciuto nell’ombra… ed è stata una bastarda e romantica The Last Chance Texaco di Rickie Lee Jones, che ha riportato a galla certe cose. Quelle cose che nascondiamo dentro di noi che, non marcendo, non si mettono a puzzare. Anche se attraversando troppe strade, lasciano sempre una scia di rimpianti e nuvole. Fu amore travolgente e passionale sin da quando ancora ragazzino, nel 1979, tenni in mano la copertina del suo omonimo disco di debutto. Era lei la donna che aspettavo e con cui sarei scappato verso la frontiera, con qualche blues nell’autoradio a farci compagnia. Mi aveva folgorato quello scatto che ritraeva Rickie con quell’aria da bambina capricciosa, mentre fumando uno sigarillo, se ne stava assorta nei suoi pensieri. Era lei la donna dei miei sogni, dei miei deliri notturni, delle mie scopate selvagge. Carne e anima, vizi e dolcezze. Era tutto quello che avrei voluto avere. Me ne restai appeso alle sue canzoni come un ragazzo in amore, tra cicche di sigarette, gabbie e barattoli, poltrone di pelle coi sedili sfondati, riviste ingiallite, una tromba di plastica, libri strappati, bottiglie vuote, pezzi di ferro, una lampada ad olio. Una tenda bruciata, un trenino elettrico, tre seggiole, un tavolino, qualche lacrima e ninnenanne suonate da un carillon mezzo rotto. Era come se ci facevo davvero l’amore con quella donna, che mi scorticava l’anima con quella voce che altalenava acuti lancinanti a bassi minacciosi. E’ lei la ragazza distesa sul cofano nella copertina di “Blue Valentine”, il disco del randagio di Pomona, quel Tom Waits suo compagno di scorribande notturne e anche amante. Una storia la loro, che una volta finita lascerà un brutto segno nel suo cuore Quando arrivò Pirates nel 1981 lei era ancora una vagabonda non paga di storie sporche e viziose. Fu nuovamente un incantesimo, e un lungo fremito mi attraversò. I demoni che nascondeva dentro di lei, erano anche i miei. Così quella poesia disperata e magica con cui teneva in bilico le sue canzoni palpitanti e fatali, miste a quella voglia di fuggire, mi dicevano di nuovo la verità su quel freddo che avevo dentro e che mi faceva scricchiolare le ossa. Non si può entrare da nessuna parte senza la chiave, in nessun cuore… ma in quei giorni avevamo gli occhi alla stessa altezza. Mentre girovago nel mio buco guardo la foto appesa al muro, risale a quando ero bambino e stavo in braccio a mia madre. C’è anche mio padre con i baffi neri che sorride. È proprio vero che non si ha mai abbastanza tempo, se non per pensare a se stessi. Mi ha fatto bene ritrovarla mi sono sentito addosso lo stesso rovescio di pioggia, e quel tentativo disperato di trovare una via d’uscita… ma il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.

Si la stella passava dolcemente, la corrente continuava a scorrere. Si eravamo tranquilli e rilassati. E la guardavamo volare. E il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. E il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

Bartolo Federico 

mercoledì 10 gennaio 2018

Promesse Spezzate

 L’amore è solo dentro quelle stupide canzonette da quattro soldi, che fanno arricchire quei cantanti e discografici da strapazzo che le mettono ancora in giro. Sono scritte e suonate a immagine e somiglianza dei loro sogni… ma chi cazzo se ne frega del festival di Sanremo, con tutti i problemi che abbiamo. Per uno come me poi, che ha preso da tempo brutte abitudini e non ha più fiducia in nessuno, l’amore è solo una bella e sana scopata, quando capita. Il mio compare di tavolino è davvero un tipo loquace, e da un bel pezzo mi cicaleggia vicino l’orecchio le sue inquietudini. “Li sento già gli innamorati, seguita a dire inveendomi contro; ehi stronzo, l’amore e quello che ti cambia la vita, che ti fa volare, e ti riempie di speranza”…. e bla, bla, bla, via discorrendo. Ma a queste cose ci credono solo quei poveracci, che ancora abboccano a quelle filastrocche. Certo, quando sei giovane e preda dei furori infantili, sei giustificato: l’amore ti abbaglia la vista e il cuore, e ti rende vulnerabile. Dopo, è come la pioggia e il vento. È un farsi compagnia, un tentare di comprendersi nell’infinita differenza dei caratteri di ciascuno di noi. Allungò un braccio e ordinò un whiskey. “Per sopportare meglio il marciume che mi porto appresso”, asserì. Ho udito il sibilo della macchina del caffè dietro di me, e sorridendogli ho vuotato il mio bicchiere. Mi sono messo a fumare, cercando di far passare le ore di quel giorno di merda. Sono solo stronzate quelle canzoni. Non hanno niente a che vedere con l’amore, folle, ribelle, disinteressato e infuocato. Quello che ti contorce le budella e ti ubriaca di passione. “Il fatto, amico mio, è che vogliamo prendere tutto per noi, senza mai pagare niente”, concluse, gettandosi dentro le viscere il J&B che il barista gli aveva posato sul tavolino. Poi, con tono scuro mi chiese: E tu, da quanto sei andato a fondo? Non è un posto cattivo il bar scommesse dove mi trovo. Si sta tranquilli. Il titolare è un ragazzo che ci lascia anche fumare… ma non troppo. Da lì dentro posso vedere la gente passare di fretta, e sbirciare anche una fetta di cielo. Non è poco. La maggior parte dei clienti sta radunata attorno a un tavolino in fondo alla sala dove prepara le proprie scommesse, senza fare troppo baccano. Navigano nella speranza di acchiappare, quantomeno, i soldi per la spesa dell’indomani. Sembra di essere sospesi in un altro mondo, c’è una strana atmosfera. Come se John Coltrane si fosse celato da qualche parte e suonasse un blues, in modo lieve ma doloroso. Mi piace questo posto… e anche quella ragazza con tutti quei capelli sciolti di fronte a me che ha due labbra fantastiche. Sembra una puttana, non lo dico in senso sprezzante, ma solo per individuare le tipe per cui un uomo è pronto a fare follie, pur di possederle. Le altre che uno incontra sono come l’aperitivo prima del pranzo domenicale, come una pietanza un po’ sciapa. Questo loro lo sanno bene. Difatti sono le più stronze, le più dure, le più arrabbiate di tutte. Sono rientrato nel mio piccolo buco, e ho guardato le cose di cui mi circondo. Le chitarre, i dischi, la scrivania, i libri, e il divano malandato che mi ha lasciato in regalo il vecchio inquilino. Sullo scrittoio c’è la mitica macchina da scrivere di mio padre, che però non uso mai. Ho staccato il cellulare, ho acceso lo stereo e messo del blues a ciclo continuo. Sono andato alla finestra, dietro di me la musica si è fatta sempre più straziante. Si resta soli senza rimedio. Succede sempre così quando hai smesso di piacere. Chiodo schiaccia chiodo è la migliore soluzione. Ho preso la chitarra e con le dita ho sfiorato le corde. Era intonata e pronta a suonare. Non è altro che un combattimento la nostra esistenza, fatta di rinunce, tristezza, piccoli e grandi dubbi. Allora si retrocede verso la trincea, stanchi esausti, e non si ha più voglia di combattere, ma solo di starsene lontani dal genere umano. Rintanati in silenzio nel proprio pertugio. Quelli che hanno visto la mano della fortuna cambiare rotta sanno che non c’è proprio nulla da vincere in questa vita. Lei se n’era andata alla chetichella. Era fuggita di mattina presto. Come anche a me era capitato di fare. Succede, a chi confessa qualcosa, che provi un senso di paura, di vuoto. Può anche darsi che non aveva retto alla mia confusione… ma non mi andava di darle alcuna colpa. In fondo, non volevo neppure saperlo il perché. Sono andato a lavoro a piediè davvero piccola la mia città. Un paio di chilometri e l’attraversi tutta. Ho pensato a mia madre mentre camminavo. Una donna sola, battagliera, austera. Fumava Marlboro pacchetto duro, che comprava a stecche. Dopo passò alle Merit. Quando la penso, lo sento ancora presente quell’odore di sigarette che le impregnava i capelli ispidi. E la rivedo seduta vicino alla finestra della cucina, silenziosa e assorta, con il busto piegato in avanti che si regge il viso fra le mani. Ho attraversato la strada e ho sentito dentro di me Bessie Smih cantare Shipwreck Blues. Come molta gente che soffre di depressione, anche lei nascondeva la bottiglia. Si comportava normale, mentre era esattamente il contrario. Se ne andava a fondo, imbarcando acqua da tutte le parti. Non era riuscita in alcun modo a trovare una rampa di salvataggio… e quei gorghi se l’inghiottirono piano piano. Era una bella donna, mia madre, sfortunata in amore come lo sono in tanti. Io l’ho amata – e anche molto – così com’era. Gli ultimi settecento dollari destinati alla droga li trovarono nascosti nella vagina a Billie Holiday. Li aveva guadagnati in quel letto d’ospedale, dov’era ricoverata. Aveva venduto ad un giornale i diritti sulla storia della sua vita. Ogni tanto servirebbe fare come Sleepy John Estes per dimenticare ogni cosa. Schiacciare dei pisolini nei posti più impensati… è davvero un buon modo per staccare la spina e risollevarsi. John viveva a Brownswille, una squallida periferia del Tennessee, un esistenza precaria e indigente, insieme ai genitori e a quindici fratelli. “Quando sei nero, questo basta per farti vivere nella miseria”, ripeteva. Da piccolo fu colpito da un sasso e perse la vista dell’occhio destro. Suo padre gli regalò una chitarra che lui iniziò a suonare nelle feste e ai banchetti, facendosi accompagnare dal mandolinista James “Yank” Rachell e da suo cognato Hammie Nixon all’armonica. Un bluesman Sleepy dalla voce rauca e sofferente, che arrivava a spezzarsi di commozione nei momenti più intensi, eseguendo un blues semplice e scarno, ma assai emozionante. L’aria era di nuovo fredda. Mi sono fatto un caffè e versato due dita di Jack Daniels in un bicchiere. Ho acceso la lampada sulla scrivania. Non mi va di firmare assegni in bianco, ed è per questo che non ho mai preteso nulla da nessuno. Ho sentito un freddo pazzesco, e nella penombra della stanza ho visto molte cose di me. Mi sono reso conto che sono stanco di fingere e di dire bugie per cercare di salvarmi ad ogni costo. Ho sentito una profonda tristezza attraversarmi. Al diavolo! Alle volte occorrerebbe lanciarsi a volo d’angelo nel precipizio e senza paracadute. Il rullo del piano di Poor John Blues mi ha fatto tremare di paura. Sleepy John Estes iniziò a registrare nel 1929 in una stanza del Peadboy Hotel di Memphis per la casa discografica Victor. Fu in quelle sessions che incise anche una rivisitazione magnetica del classico Milk Cow Blues di Kokomo Arnold. Bisogna stare attenti che non si finisca di sognare. Può accadere tutto in una volta, senza che nessun campanello d’allarme ce lo segnali… ad un tratto si diventa pigri, abulici, e non si vuol fare più niente, neanche parlare con le nostre ombre. Me lo disse lei una sera, mentre eravamo seduti a tavola, che l’esistenza è una messa in scena. C’è ne andiamo tutti quanti in giro, con la nostra pantomima, calandoci sempre più nel nostro personaggio… e non c’è verso che si cambi finzione. Siamo attori e registi del nostro film. Ho fatto una smorfia ed ho pensato che, alla fine, sono quelli che hanno smesso di dire bugie ad essere chiamati pazzi. Sleepy John Estes era come un cane che aveva preso troppe botte, e non si fidava più di nessuno. Sin da ragazzo gli piaceva starsene da solo, e camminare nell’oscurità. Non aveva paura, era in quei meandri che, in fondo, si sentiva a suo agio. Aveva un carattere ruvido, difficile, e con l’ombra del male di vivere sempre presente nella sua anima. Fu una vita durissima la sua. Se penso ad un volto per definire il blues, quello è il suo. Senza dubbio. Dopo le incisioni per la Victor, se ne andò a Chicago, dove incise per la Decca e anche per la Bluebird, vivendo, però, sempre in modo assai precario. Arrivò a registrare anche con la Sun Records, prima che Sam Philips scoprisse Elvis. Era diventato quasi cieco: si ritirò e scomparve di scena, finendo nel dimenticatoio più assoluto. Nel 1962 lo riscopre, alloggiato in un fienile con la moglie e i suoi cinque figli alla periferia di Brownsville, il regista David Blumenthal che stava girando un documentario sul blues. Una musica nata nella povertà e nell’ignoranza che, a dispetto del tempo, non ha perso un grammo della sua magia. Una musica indefinibile perché racchiude dentro di sé lo spirito stesso dell’uomo. Il blues non si scrive ma si vive”. Questo me lo ha detto Johnny Shines. Non sempre, ma è possibile dimenticare. Le strade traboccano di bar, di visi, di sorrisi, di cose che lei non avrebbe potuto darmi. Nel primo pomeriggio qualcuno aveva suonato più volte al citofono, ma non avevo risposto. Sleepy John è morto nella povertà più assoluta, i suoi funerali furono pagati da Michael Bloomfield e Ry Cooder, suoi grandi estimatori. Come sempre mi ha soccorso la musica. Mi ha salvato dal precipizio. Forse, sarà stata colpa della luna, ma avevo trovato ciò che cercavo. Quando ho smesso di prestarle attenzione, ho pensato che a quell’ora della notte solo i lupi mannari erano in giro, e chi viaggia dalla parte opposta della strada. Il dolore, però, si era tramutato in rabbia, ed allora sono uscito. I miei passi risuonavano sul selciato, e faceva un freddo boia. Ho camminato per dei chilometri, nascosto nel buio. I blues continuavano a venire giù, come in un diluvio. Nudo, diritto, silenzioso, immobile, ho ascoltato il vento… ed era come se mi parlasse. In quelle folate ho avvertito l’anima di mia madre, e anche di altri che non ci sono più. E’ probabile che non abbia saputo comprendere il suo disagio e prendermi cura di lei. Avevo il morale a terra. Forse non ho capito mai nulla… ma forse un giorno… Forse, domani… 

Bartolo Federico

mercoledì 27 dicembre 2017

Viaggiatori nella Notte

L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio. Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti… ma bisogna saper mentire, e non tutti sono in grado di farlo. Matilda non c’era mai riuscita. Lo compresi subito, dalla prima sera che uscimmo insieme. I suoi occhi erano di un azzurro cielo, che ci si poteva specchiare. Occhi troppo puliti per avere imparato a dire bugie. Accesi una sigaretta di controvoglia, tirai una boccata e la gettai via. Specchiandomi nella vetrina di un negozio di articoli da regalo, notai che avevo la faccia greve e dolente, la faccia di un blues. In fondo, le nostre falsità ci fanno sopportare anche quelle degli altri, seguitai a pensare. E mi sentii come un mucchio d’avanzi, gettati via dopo il cenone di capodanno. “Cavalieri nella tempesta / Cavalieri nella tempesta / nati in questa casa / buttati in questo mondo / come cani senza un osso / come attori senza la parte” (Riders On The Storm – Jim Morrison). Non c’è niente di gratuito in questo mondo, neanche la pietà. Alla fine è sempre la nostalgia che ci permette di restare in piedi, che ci rapina i sentimenti, che fa scattare quella molla e ci salva dalla tempesta. Anche quando pensiamo di esserci liberati per sempre da quella cosa che ci faceva penare, non sappiamo mai se lei ha lasciato noi. Pioveva sempre. Accidenti. Il vento sferzò la pioggia strizzandola. A che serviva prendersela con gli altri, è sempre con noi stessi che dobbiamo fare i conti. Come nodi che vengono al pettine, abbiamo tutti qualcosa da regolare. Camminavo lento, con la sottile percezione di aver inseguito le cose sbagliate… e quella notte non ebbe fine. Sono sempre stato il miglior nemico di me stesso. Nulla da invidiare a nessuno, per questo. Ho commesso un errore dopo l’altro, ho abbassato la guardia e mi sono fatto fottere dalle circostanze. Erano le quattro e tre quarti della notte. “Quando sei strano i volti vengono fuori dalla pioggia. Quando sei strano nessuno ricorda il tuo nome” (People Are Strange – Jim Morrison). Attraversai la strada, nel momento esatto in cui un’auto sfrecciò veloce e mi schizzò del fango sul soprabito. Al market aperto 24 ore su 24, comprai un giornale, latte e biscotti in offerta speciale. Nel distributore automatico presi le sigarette e un accendino. Dovevo smettere di fumare. Con quello che costavano e con il poco denaro che guadagnavo dovevo pensare solo ai bisogni primari. A conservarmi. Dopo tutto, non è che abbia mai avuto grandi pretese, anche quando frequentavo l’altra vita, quando avevo un lavoro stabile. Adesso, a furia di scagliare colpi alla cieca, mi sentivo vuoto e senza prospettive. Avevo perso tutte le forze, ero inerte. Ma dovevo pur esistereStavo in silenzio, seduto sulla poltrona, ascoltando la pioggia che crepitava sul vetro e The Boatmnan’s Call” di Nick Cave. Mi assopii. Avevo sempre lavorato come operaio in una fabbrica di profilati d’alluminio, impiegato alla fusione. In quella fabbrica avevo conosciuto Matilda. Il mio amore. Era un addetta alle pulizie. Quando la vidi la prima volta, dentro quella salopette celeste di una taglia più grande, aveva i capelli raccolti dentro una cuffia bianca e armeggiava con scope e strofinacci, mi sembrò stupenda. Come lo era d’altronde. E mi tremarono le gambe, quando mi accorsi che mi osservava con interesse. Ora, ti amerò / Finché dal paradiso non pioverà più / ti amerò finché le stelle non sprofonderanno dal ciel o/ Per te e per me”. (Touch me – Jim Morrison). Anna mi svegliò delicatamente, toccandomi la spalla. Possedeva una copia delle chiavi di casa che gli aveva dato Matilda e che io le avevo lasciato. Tutto era tale e quale a quel giorno in cui se ne era andata. Anche gli oggetti sui mobili di casa erano nella stessa posizione di quando c’era lei. Aprii gli occhi mostrandole un sorriso stinto.Vieni a mangiare Al – mi borbottò – si fredda tutto”. Era il mio angelo custode. Poco prima di cedere al sonno, una paura tremenda mi aveva invaso. Poi la sentii respirare e ascoltai la sua voce, la vidi alzata davanti a me. Tutto era ritornato… lì in un attimo. Nella casa dell’amore / Io conosco il sogno / Di cui vai sognando / Io conosco la parola / Che spasimi per udire /Io conosco la più profonda e segreta delle tue paure”. (The Spy – Jim Morrison). Cenammo, ascoltando il notiziario delle 19.30. Aveva preparato una zuppa di ceci con i crostini di pane e del purè di patate. Mentre mangiavamo, mi schernì con tenerezza , provando a tenermi alto il morale. Come avrei fatto senza di lei, mi chiesi, restituendole un sorriso dolce. Mi aiutava perfino con l’affitto di casa quando non c’è la facevo a pagare. Tra un boccone e l’altro mi raccontò che avevano arrestato un ragazzo, perché aveva preso una barretta di cioccolata in un supermercato. Il personale lo aveva inseguito e consegnato alla polizia. Solo serpi che strisciano si comportano in questo modo. Gliela avrei pagata io quella barretta dissese fossi stata lì. E anche adesso, se servisse a qualcosa. Non c’è più umanità nella gente, siamo l’uno contro l’altro, pronti a scannarci, ad ammazzarci, per un nonnulla. In un paese dove la cancrena è nello Stato, dove tutti razziano, dove si commettono crimini terribili, dove sciacalli internazionali ci succhiano il sangue, dove si spezzano le vite di milioni di persone, riducendole sul lastrico economico e morale. In un paese dove nessuno ha mai pagato per le stragi commesse, devi mandar giù che un ragazzo venga condannato a due anni di carcere per una simile stupidaggine. Mi chiedo Al, ma che razza di giudici abbiamo, se non hanno provato nessuna vergogna, ad emettere questa sentenza?. Se non hanno provato nessun disagio a guardare i loro figli in faccia, la sera. E’ un paese che merita solo l’indulgenza del disprezzo” – affermò… e lo disse con rabbia, quasi gridando. Per quanto mi riguardava, da un bel po’avevo smesso di credere alla giustizia degli uomini e anche a quella divina. Questa e’ la fine / bellissima amica / Questa e’ la fine / Mia unica amica/ la fine / dei nostri piani elaborati / la fine di ogni cosa stabilita / la fine / né salvezza o sorpresa / la fine…” (The End. – J Morrison) Bisogna che vi arrangiate!” ci avevano detto i capi dell’azienda. Le classi dirigenti e i mafiosi usano gli stessi metodi per liquidarti. Sacchi d’immondizia da gettare in qualsiasi momento. Questo eravamo. La nostra vita non contava un cazzo. I loro numeri parlavano chiaro. Era più conveniente spostare la produzione in Cina, dove il lavoro non viene pagato come dovrebbe essere. Dove i più elementari diritti umani vengono calpestati e nessuno fa nulla. Anzi, si fa finta di non vedere. Perché il grasso cola. Quel giorno ci contestarono quasi di esistere. La globalizzazione, il liberismo, la concorrenza, l’euro… di tutto questo ne avremmo tratto solo benefici. Saremmo cresciuti economicamente, diventati competitivi, questo andavano blaterando i politici, nei loro dibattiti televisivi, sorretti da giornalisti ed economisti, pagati per assecondarli. C’era un odore nauseabondo, che mi perforava le narici. Il piano era chiaro, ci volevano rendere ancora più servili, cosi proni ai loro comandi da accettare qualunque decisione avessero preso a riguardo delle nostre vite. Avevano pensato a salvare le banche, con i loro bilanci fittizi e le loro schifezze perpetrate a scapito di tutti noi, le uniche responsabili di questo dolore collettivo. Aziende con un evasione fiscale che avrebbe risanato l’intera economia. Ma dubito che in quelle stanze gli agenti del fisco sarebbero andati a verificare. Piuttosto, lo Stato aveva trovato il modo di raggranellare il denaro per rimpinguargli gratuitamente le casse. Stavano rendendo il lavoro un illusione, un miraggio che, se e quando lo ottenevi, era facilissimo ricattarti. La solita storia dei ricchi contro i poveri, ma questa partita si stava giocando con una crudeltà senza pari. Mai fidarsi degli uomini, è come farsi uccidere. I servi hanno il potere / gli uomini cane e le loro meschine donne / Tirano su povere coperte / I nostri marinai / Sono stanco delle facce austere / che mi fissano dalla tv / Torre / ci voglio delle rose dentro”(The Severed Garden – Jim Morrison). Ci sarebbero voluti i poeti al potere. Forse, gli unici in grado di ridare una nuova anima al mondo. Nonostante tutto, avevo provato a reagire allo sconforto, mi ero dato da fare. Finito il periodo di cassa integrazione e di lotta, per tentare di riprendermi il posto perso, cercai di svolgere qualsiasi mansione. Accettavo tutto quello che mi si proponeva. Guardiano notturno nei cantieri edili, imbianchino, autista, anche piccoli lavoretti a servizio di chiunque mi pagasse la giornata. Cercavo di andare avanti, al contrario di Matilda, che dopo il licenziamento era precipitata nella notte più nera. Si era distaccata da tutto e da tutti, non riusciva a reagire a quello stato di cose. Era finita per inghiottirsi dentro se stessa, ogni giorno di più. Il suo fu un viaggio spaventoso nelle tenebre. Mi versai un whisky e accesi una sigaretta. Il buio si era insediato nella stanza. Per non restare da solo, cercai il suo disco preferito, “Closing Time” di un giovanissimo Tom Waits, allora scombussolato di romanticismo. La puntina si poggiò frusciando: Una ninnananna alla mia piccola, non piangere tesoro. Ci sono gocce di rugiada sulla finestra, caramelle di gelatina nei tuoi pensieri. Stai scivolando nel mondo dei sogni mentre reclini, lentamente il capo”. (Midnight Lullaby Tom Waits). Mi alzai dalla poltrona per prendere il posacenere. Lo feci lentamente, molto lentamente, per paura che andassi del tutto in frantumi. Mentre il cielo diventava color rame, quella città mi sembrò un posto non peggiore di altri. Entrai in un bar qualsiasi e mi sedetti sullo sgabello vicino al banco. La cameriera mi accolse con un sorriso opaco e senza quei formalismi del cazzo che mi mettevano a disagio. La osservai mentre preparava il mio Johnny Walker etichetta nera. Era bella, ma di quella bellezza artificiale. Troppo perfetta, per uno come me. Quando mi passò il whisky e si mise a parlottare del più e del meno, mi sembrò più vera di come mi era apparsa di primo acchito. Un altro viaggiatore nella notte, rassomigliante a Jena Plissken, prese posto accanto a me. Mi scrutò con occhi vitrei e ordinò un bourbon liscio. Lo sai il giorno distrugge la notte. La notte divide il giorno. Ho provato a correre. Ho provato a nascondermi. Fatti strada verso l’altro lato”(Break On Through – Jim Morrison) Erano tre anni che non stavo più con una donna. Da quando Matilda si era ammalata. Da quando diceva che voleva addormentarsi, per non svegliarsi più. Allora non provai mai a forzarla, e pensandoci adesso, probabilmente sbagliai. Forse lei non si era sentita più desiderata, ma io l’amavo con tutto me stesso e avevo solo paura di ferirla, di farle del male. A volte, non sai mai qual è la cosa giusta da fare. Uscii dal bar e presi a camminare senza meta per la città. Era solo un modo per non impazzire del tutto. Non riuscivo a dormire e, per seminare i miei spettri, vagare nell’ombra era diventato quasi un obbligo. Le volte che mi capitava di non aver voglia di muovermi, restavo chiuso in casa. Mi accadeva di chiamarla ad alta voce e continuare a farlo pensando che lei mi rispondesse… ma i morti non parlano. Reami di felicità, reami di luce. Qualcuno è nato per vivere benissimo. Qualcuno è nato per stare in delizia. Qualcuno è nato per una notte senza fine..” (The End of the night – J. Morrison). Quella mattina risvegliatomi, misi sul fornello la macchina del caffè e aspettai che venisse fuori. Lo versai in due tazze e ancora fumante ne portai una a Matilda, che sonnecchiava raggomitolata nel letto. La baciai tra i capelli come facevo sempre, lei scoperchiò le coperte e mi abbracciò. Fu un abbraccio inconsueto, forte e lungo… ma solo dopo mi resi conto che non lo aveva mai fatto in passato. Prima che tu diventi incosciente. Vorrei un altro bacio Un’altra possibilità di grande felicità. Un altro bacio, un altro bacio. I giorni sono luminosi e pieni di dolore. Prendimi nella tua sottile pioggia” (The Crystal Ship – J. Morrison)Anna mi attese tutto il giorno sotto il portone d’ingresso… e non permise a nessuno di avvicinarsi e neanche di contattarmi al telefono. Quando mi vide svoltare l’angolo del palazzo, mi venne incontro. Non ci fu bisogno che dicesse nulla, lessi tutto in quello sguardo perso nel vuoto, in quell’abbraccio senza fine che mi diede. Se ne era andata per sempre, ingerendo barbiturici. Così è la vita. E’ così che tutto finisce! Anna aveva suonato alla porta, senza ottenere risposta. Suonò ancora una volta. Niente. Alla fine, apri con la chiave e trovò Matilda riversa sul letto. Dal controllo che fecero gli inquirenti non risultò che avesse lasciato alcun biglietto per spiegare il suo gesto. A quel punto la mia guerra era terminata. Perché, finché si lotta, ci si aggrappa alla speranza; dopo si penetra sgomenti dentro al buio. Nel nulla più assoluto. Yeah, vieni / Quando la musica é finita / Quando la musica é finita, / Spegni le luci / spegni le luci (When The Music’s Over – Jim Morrison). Qualcuno mi consigliò di lasciare quella casa, ma non l’ascoltai. Era l’unico modo per sentirla ancora viva, per continuare a parlarle, per seguitare ad amarla. Il cielo si punteggiò di stelle. Attraversai la notte, prima con passi lenti, poi sempre più spediti. Un viaggiatore solitario si spinge sempre più lontano. Ma fino a dove si può arrivare? Dove bisogna che si fermi? Nessuno lo sa con precisione. Entrai in casa che erano quasi le cinque della stessa notte, il giorno dopo. Mentre ululavo alla luna, nella semioscurità avevo notato due ragazzi che camminavano abbracciati, come Dylan e Susan Rotolo, nella foto di copertina di The Freewheelin”. Le era sempre piaciuto quello scatto, sosteneva che noi assomigliassimo a quei due. Abbassai le palpebre che quasi mi s’incenerirono e mi venne un capogiro che dovetti appoggiarmi alla parete. Quando mi scollai, il cuore prese a battermi in maniera inaudita e iniziai a sudare freddo. Nel chiaroscuro del salottino, strinsi quell’ellepì e mi avvicinai alla finestra. Scostai la tenda, una bava di luce penetrò. Tirai fuori il disco e un foglietto cadde a terra. Lo raccolsi e, con le mani che mi tremavano, lessi quell’ultimo brandello di vita: Sei l’essenza di tutti i miei sogni, Al. Ti amo. Come un’altra, voglia Dio, possa amarti. Matilda”A ricordo di Jim Morrison, Re Lucertola.

Bartolo Federico

domenica 17 dicembre 2017

Nessuna via d’uscita

La pioggia si era messa a schizzare da ogni parte, l’uomo si passò una mano sulla fronte, ma incomprensibilmente tardò ad andare via. Era vestito con abiti signorili e vederne uno in quella zona della città, era davvero una cosa che non passava inosservata. A guardarlo da dietro il vetro della mia finestra di casa, pareva uno di quelli che si vedono nei film noir. Con quelle scarpe nero lucide, l’abito di grisaglia e il trench beige portato con il collo alzato… doveva essere un manager o un uomo d’affari. Di certo apparteneva a quella razza umana, dei sicuri di sé. Uomini che anche sotto la pioggia (che lo stava inzuppando dalla testa ai piedi) restavano indifferenti. Mi allontanai dalla persiana e spensi il radioregistratore che suonava Are You Gonna Be There (At the Love-In) una canzone della Chocolate Watch Band contenuta in “No Way Out”, album uscito nel 1967. Una garage band tosta, rude, messasi insieme nel 1964 a San Jose, città vicino San Francisco. Il gruppo, composto da Ned Torney, Mark Loomis, Jo Kemling e Tom Anton, aveva una passione sfrenata nel suonare con chitarre taglienti un rock’n’roll grezzo, di grande impatto emotivo. Esordirono con un 45 giri contenente la cover ben fatta di It’s All Over Now Baby Blue di Bob Dylan, anche se la loro influenza principale restava quella congrega di bastardi e drogati dei Rolling Stones. Si racconta che la versione di Come on fece impallidire lo stesso Mick Jagger quando la sentì. Non so perché ma mi ero tolto le scarpe, e dopo un po’ la pioggia smise di cadere. Guardai nuovamente fuori dal vetro, e di quell’uomo non c’era più traccia. Sparito nel nulla, come alle volte scompaiono certe cose di noi. Era da un po’ che il peso di quello che facevo, o che non facevo, mi schiacciava verso il fondo. Cercare un senso a tutto questo non è che migliorasse la situazione. La mia voglia di verità e giustizia era fatica sprecata, destinata a rendermi la vita ancora più triste. Così quella sensazione di sentirmi in trappola aumentava. Forse, ragionai, è solo una questione di prospettive ma, in fondo, vale sempre la pena di viverla questa vita. Anche quando inghiottiamo merda a palate, e ci sentiamo soffocare dagli eventi. C’è sempre un modo per rimetterci nuovamente sulla strada dei sogni. Alle volte una frase, un libro, una giornata di sole, un bicchiere di Jack Daniel, una scopata con i fiocchi, bastano per superare quei marciapiedi malconci e sconnessi, in cui ci troviamo a camminare. Alle volte serve anche una canzone dei Kinks, per sorreggerci e riprenderci dallo sbandamento. Turbolenti e aggressivi i fratelli Davies, tanto che i loro concerti si trasformavano sovente in gigantesche risse. Con liriche ironiche sostenute da un rock-beat energico e diretto, Ray e Dave entrambi chitarre e voce, prendevano di mira con le loro canzoni la piccola borghesia inglese. Nati nel 1963, dopo un breve rodaggio volarono in cima alle classifiche con You Really Got Me, un pezzo che diventerà negli anni un classico riproposto da un infinità di artisti. Nel 1979 vanno in tour in America, ed è da quelle notti passate sui palchi che nel 1980 venne tirato fuori “One For The Road”. Un disco che offre abbastanza materiale di successo, e che diventerà suo malgrado come un antologia… ma è anche vero che è un disco per chi si muove in tante direzioni diverse, e si trasforma in tante persone diverse. La vita non è altro che una concatenazione di eventi, di frammenti, di ricordi. Non esiste una giusta lotta. Ho spento la sigaretta con odio. Non sapevo più cosa pensare. Il diavolo mi era saltato fuori con un ruzzolone da una scatola di ricordi, chiusa da chissà quanto tempo. Ebbi come l’impressione di essermi infilato dentro una di quelle buche da cui è difficile uscirne senza niente di rotto. Udivo il suo respiro, la sentivo muoversi nell’oscurità. La porta del bagno che si chiudeva, l’acqua che scorreva nel lavandino, i suoi morbidi passi mentre mi raggiungeva nel letto. Mi sentivo distrutto da quei pensieri. Allora accesi la luce e lo stereo in contemporanea, ricordandomi di un vecchio amico che in passato aveva riempito un vuoto. American Fool uscì nel 1982 e mi fece conoscere John Cougar, un ragazzo nato in un paesino del Midwest, nello stato americano dell’Indiana. Veniva dalla periferia quel figlio di puttana, bastardo e spocchioso, con il giubbino di pelle, una moto e i Ray-Ban sul viso. Mi sembrava che fosse giunto finalmente a casa mia il fratello più grande, che tanto avevo desiderato. Così, tenendomi sotto le ascelle la busta con quel disco comprato da “Melluso” un sabato pomeriggio, John entrò nella mia vita, mentre in sella al mio ciclomotore, un Bravo col motore truccato di colore rosso, guidavo nel traffico cittadino, credendo di avere un Harley DavidsonChina Girl, Jack & Diane, Thunder Hearts, Hurts So Good, furono una scossa di adrenalina. Canzoni che centrarono il bersaglio, e mi colpirono direttamente al cuore. Dopo aver pubblicato nel 1983 “Uh Uh”, un 33 giri dal piglio rollingstoniano, da sempre un suo grande amore, nel 1985 esce “Scarecrow”, un lavoro musicalmente più maturo dei precedenti, pensato e scritto in difesa della causa dei contadini, strangolati dalle banche e dalle scelte socio-economiche dell’allora presidente Reagan, che qui viene attaccato duramente in The Face Of The Nation. L’esempio che ha in testa Cougar (da sempre animato da una forte sensibilità sociale) è quello di Woody Guthrie… ma per questa battaglia non si presenta come faceva il vecchio Woody solo con una semplice chitarra “ammazza fascisti”, porta con se una band di duri e puri rock’n’roller, una band che suona pungente e acre quanto basta, per rafforzare il suo urlo di battaglia e di dolore.
“Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso E figlio mio, mi dispiace, ma non erediterai niente. Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro.” (Rain On The Scarecrow  – John Mellencamp/George M. Green).
La schiavitù del lavoro, le disparità, l’odio razziale, la povertà dilagante e le ferite dell’anima inflitte dai governi alla gente, sono i passi che servono per distruggere intere popolazioni. “The Lonesome Jubilee” è uscito nel lontano 1987 ma la solitudine, le difficoltà economiche ed esistenziali, i problemi del lavoro della gente di mezza età che sono i temi fondanti di questo disco, risuonano tragicamente attuali. Queste canzoni sono come tagli profondissimi, inflitti sulla carne viva delle persone. E’ uno di quei casi in cui le cose restano sempre le stesse, quando invece non dovrebbero esserlo più. Per uscire dallo sconforto, mi misi a suonare del blues. Charlie Patton, Blind Willie McTell, Son House, Bukka White, tutta roba incredibile. Mentre li ascoltavo cantare accesi una sigaretta, e ripensai a quello che mi aveva detto un anziano signore al supermercato: “alla fine le cose che ci distruggono non sono soltanto quelle che non facciamo, ma anche quelle che facciamo”… e che ci vuole molto tempo per venirlo a sapere. Ci vuole tempo per imparare tutto… perfino a difendersi. Anche i Flamin Groovies che sono un gruppo di rock’n’roll e rhythm&blues nato in California nel 1965, hanno dovuto impararlo. Il classico esempio, quello dei Groovies, di chi arriva sempre in ritardo all’appuntamento con la notorietà. Un po’ di sfiga, ma anche la voglia di essere controcorrente, sono sempre state le peculiarità della loro carriera. Per potere esordire furono costretti a stamparsi il disco da soli. Duemila copie in tutto. Solo in seguito la Epic, li mise sotto contratto… ma l’esito delle vendite di “Supersnazz”, per loro sarà disastroso. Nel tempo però quel vinile sarebbe divenuto un cimelio, ambito e ricercato da tutti i collezionisti di musica dei sixties. I Groovies, come chiunque abituato ad arrabattarsi, è gente abituata a masticare amaro, ma pur con mille difficoltà la band è arrivata con gli strumenti in mano fino ai giorni nostri. “Fantastic Plastic” uscito in questi giorni, mantiene ancora inalterata la loro voglia di rock’n’roll, in un era in cui questa musica ha perso molto della sua vivacità, e del suo antico estro. In tutti questi anni passati (pur restando nell’ombra) a servizio del rock, di loro rimangono comunque un pugno di canzoni, che t’incendiano l’anima. Anche se c’è soprattutto una loro canzone che ancora oggi viene suonata sui palchi dei seminterrati, dei garage o dei piccoli club, che avrebbe meritato palcoscenici più blasonati. Un vero classico Shake Some Action, per chi è rimasto seduto in seconda fila, nel grande Luna-Park del rock… e la versione che suonarono Charlie Pickett And The Eggs nel disco d’esordio intitolato “Live At the Button” del 1982, è semplicemente fantastica. Un brivido lungo un miglio. Una canzone che suona come un canto di vittoria per tutti quei sognatori, canaglie e solitari, caduti e sperduti per il troppo furore di vivere. Graham Bond era uno dei padri del blues inglese. Morì travolto da un convoglio della metropolitana londinese, contro il quale era caduto ubriaco e drogato. Ci sono inferni che non si immaginano neppure… ma nessuno può fermare lo scorrere del tempo. Nessuno. Possiamo solo sistemare i ricordi dentro i cassetti della memoria e, andando avanti, cercare solo di limitare i danni. Prima che arrivi il silenzio.

Bartolo Federico

sabato 9 dicembre 2017

Selvaggio Blues

Ehi Chinaski, sbraitò il diavolo, spegni quel sigaro che mi stai impuzzendo il manto e smettila di ruttare e scorreggiare. Dal tuo arrivo quest’inferno è diventato una bolgia, tanto che non riesco più ad avere un attimo di pace. Questi maledetti che mi stanno intorno, sembrano dei pazzi, non fanno altro che bere, scopare, fumare, e prendersi a cazzotti. Delle vere bestie. Sei riuscito a infettare persino il mite Ferdinand; da quando gli hai passato quel nastro ha ritrovato lo slancio dei suoi giorni migliori. Non fare il furbo con me Hank, quella cassetta te l’ha messa in tasca l’infermiera il giorno che ti ha vestito per spedirti qua sopra. Ti sei fatta anche lei eh! vecchio tralignato. Di la verità! Ad ogni modo, il tuo amico Celine se ne sta sempre nell’ombra della sua celletta a scrivere appunti, grugnendo e sospirando, e non la smette di ascoltare le canzoni che quell’altro matto urla come un ossesso, quel Richard Wayne Penniman. Satana si asciugò la fronte. Aveva i tendini del collo arcuati e le dita delle mani piegate. Lo fissò negli occhi e riprese la chiacchierata. “Ah! quel fetente mi tormenta. Però a furia di sentirli quei rock’n’roll, li ho imparati a memoria. Te la ridi eh, stronzo di un Chinanski, sei il solito rotto in culo, non ti passa mai a te. Ghigni sbavando, perché lo sai che lui si trova a suo agio nei tragitti bui e tenebrosi, e anche unti di grasso. Quello squilibrato, si è ingozzato di sogni per resistere quassù, si è portato tutti quelli che gli riscaldano meglio l’anima, quelli sporchi e cattivi, come i tuoi… ma oggi sono in vena di confidenze e ti dirò che mi piacciono un casino quelle canzoni che ascolta, specialmente quella che inizia con Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!“. Ad un tratto, come serpenti inquieti, arrivò una valanga di anime che non finiva mai. Il demonio le squadrò esaminandole attentamente. “Adesso Hank sono davvero incazzato nero perché devo andare a lavorare, e sai quanto mi rompe i coglioni, quindi porgimi quella cazzo di birra e vodka che hai a lato, almeno mi metto un po’ su di giri”. Era andato via, e l’aria puzzava nuovamente di scoreggia. Ma tornò indietro e con un colpo riaprì la porta. “Visto che ci sei dammi anche quel sigaro, se no per punizione ti spedisco in paradiso… non te lo scordare Chinaski, gli proferì minaccioso, che comando io qui.” e richiuse la porta con un colpo solo. C’è una vena passionale e romantica in ognuno di noi, che ci spinge a cercare la nostra natura. Nei Sud del mondo non e mai stato facile vivere, se sei povero e per giunta di colore allora sono solo guai. Il piccolo Richard si sedette sul gradino insieme ai suoi zii, e a suo nonno, predicatori battisti che se ne stavano assorti in preghiera. In quel pomeriggio in cui la temperatura arrivò oltre i quaranta gradi, che anche i rospi negli stagni non saltavano più, qualcuno nel vento infuocato stava suonando un blues arido. Richard chiuse gli occhi e assaporò quell’odore di pesce gatto fritto, che arrivava da chissà dove e che gli perforò le narici, trapanandogli lo stomaco vuoto. Era l’estate del 1939 e il piccolo Penniman ultimo di una famiglia di quattordici figli, aveva circa sette anni e lavorava per strada. Suo padre vendeva alcool di contrabbando, ed era un uomo duro che gli metteva una paura boia… ma quando culli un sogno fai di tutto pur di avverarlo. Costi quel che costi. “War Hawk” com’era chiamato per via della sua voce energica e tonante dagli altri ragazzi di colore che cantavano con lui nel coro della chiesa, se ne andava di nascosto a lezione di pianoforte  dopo aver racimolato con molta pazienza il denaro per pagare l’insegnante. Perché alla fine è solo con le bugie che atterri dove ti pare, e sono solo le bugie a renderti la vita meno difficile. Bugie innocenti, bugie vitali. Tanto nella tomba ci finisci sempre da solo. Erano tempi quelli, in cui la gente di colore aveva paura a mettere anche un pianoforte in chiesa, perché pensava che fosse il diavolo incarnato. Un’istituzione fondamentale la chiesa per la vita della comunità di colore, l’unico luogo consentito ai neri per riunirsi in gruppo… ed è proprio in quei raduni che Little Richard fu in grado di mostrare il suo enorme talento. Ma un uomo libero non starà mai dalla parte di nessuno, e tantomeno nessuno vorrà stare con lui. Allora cercheranno di rinchiuderlo in modo da averne il controllo. Quando il mercato discografico fiutò l’affare rock’n’roll, gli  piombò addosso come un avvoltoio, e se lo divorò con cupidigia. Era il nuovo peccato, e il peccato è commercio. Ammiccante, sfolgorante. La paura che abbiamo è sempre quella di sentirci vuoti, e non avere nessuna ragione per vivere. Appena tredicenne Little Richard si vestì stravagante e se ne andò insieme al “medicine show” del Dottor Hudson per le strade polverose piene di miseria e dolore del Mississippi. Quando fece ritorno a Macon (Georgia) sua città natale, il padre non trovò di meglio che cacciarlo di casa… ma mai perdere la speranza e dolersi troppo per il domani. “L’incudine sopravvive al martello”. Little Richard venne adottato da una coppia di bianchi, Ann e Johnny Johnson, che lo rimandano a scuola e lo fanno anche esibire nel loro locale, il Tick Tock Club. A soli sedici anni vince un audizione con la casa discografica Rca, che gli fa incidere quattro 78 giri. Every HourTaxi Blues, Get Rich Quick, Thinkin’ About My Mother, incisioni che vengono eseguite da band di blues locali. La sua voce spicca su tutto, e quel suo modo di aggredire la canzone e le parole, che saranno in seguito il suo marchio di fabbrica. Il diavolo lo sa bene che tutti i giocatori d’azzardo sono dei fottuti sognatori, e che suonano il rock’n’roll… ed è loro che aspetta per quel giro finale di poker. A quel tempo Richard ascoltava molto il blues di Howlin Wolf, ma anche il gospel di Mahalia Jackson e del pioniere Fats Domino. Adesso era arrivato il momento di sperimentare nuove emozioni. Lavora con diversi musicisti, passando per gruppi vocali come i Deuces Of Rhythm & Tempo Toppers, ed incide nuovi pezzi per la Houston-Based Peacocklabel di Don Robey. Queste canzoni non sono altro che dei blues ma sempre meno convenzionali. Il suo lato selvaggio sta pian piano venendo fuori e prendendo il sopravvento. Nel 1953 vengono pubblicati Fool At The Wheel, e Ain’t That Good News. I cani nel vicolo abbaiavano, ringhiando minacciosi. Erano le quattro meno un quarto di un mattino del 1955. Richard si sentiva stanco e demoralizzato perché tutti i suoi tentativi di arrivare al successo con la musica sembravano non portare a nulla. Diventare una star per un uomo di colore significava riscattarsi da una vita di umiliazioni e privazioni. Aveva acquisito una grande professionalità a contatto con musicisti del calibro di Johnny Otis, artista con cui continuerà a lavorare anche in seguito. In questo lasso di tempo era stato anche caparbiamente sincero con se stesso, ma sembrava che tutto questo non bastasse per trovare la via del successo. “Se non riuscissi a sopravvivere con la musica pazienza” pensò sfregando la brace dalla sigaretta, e infilando il mozzicone nella tasca della camicia. Girò tutta la notte per le strade della città, tra case di legno, e cortili di terra battuta. Quando fu sulla via principale traballando tentò di cantare una canzone. Un vecchio blues… ma era troppo ubriaco per ricordarsi le parole. Si inginocchiò e sparse ululati da lupo ferito alla luna. Poco più tardi il gallo cantò tre volte. E’ molto meglio non filosofeggiare troppo sulle cose, perché la paura non porta da nessuna parte. Little Richard, alquanto scoglionato e afflitto, si ritira dalle scene e se ne va a fare il lavapiatti, in un terminal del Greyhound ma non lascia la musica, continua a scrivere canzoni e anche sul lavoro non smette mai di cantare. Un motivo per il proprietario per insultarlo e trattarlo male… ma è proprio mentre lavora qui che scrive il suo jolly. Tutti Frutti è una canzone che fa ascoltare al suo amico Lloyd Price che gli consiglia di spedirla alla Specialty Records di New Orleans. Questo pezzo suona come una corrente d’aria fresca, in un anima piena zeppa di tagli e graffi. Fa uno strano effetto bagnarsi di luce, dopo essere stati per tanto tempo nell’ombra. Che sia chiaro a tutti. La vita è una botta di culo, senza non si va da nessuna parte. Talento o non talento, Charles Bukowski fu tratto in salvo da John Martin, un appassionato delle sue poesie, che gli propose di lasciare l’impiego alle poste per dedicarsi alla scrittura, offrendogli un assegno mensile di cento dollari. ”Quel giorno il signor Rolls incontrò il signor Royce”Art Rupe il boss della Specialty Records se ne stava spaparanzato nel suo ufficio con le gambe sul tavolo, ascoltando quel nastro che gli era appena arrivato. Il ventilatore era guasto e faceva un caldo infernale. Era ridotto uno straccio quando il telefono squillò. Alzò la cornetta grattandosi le palle e riattaccò. Quella voce, ragionò, forse poteva tenere testa a quel Ray Charles che in quei giorni si era preso la scena con I Got A Woman, una canzone che stava spopolando nelle classifiche di vendita. Dopo mezz’ora il telefono trillò nuovamente, ma questa volta rispose. Era il suo direttore artistico “Bumps”. “Ti stavo cercando” lo aggredì Art. Vieni subito in ufficio che abbiamo qualcosa di veramente esplosivo”. “Bumps” Blackwell ascoltò quel nastro e con il boss decisero di comprare il contratto di Little Richard dalla Peacock. Dopo qualche giorno prenotarono un biglietto d’aereo per fare arrivare Richard a Hollywood dove i tre si incontrarono per prendere accordi sulle session da tenere, e che dovevano avvenire il più presto possibile. Anche la Specialty non se la passava finanziariamente tanto bene in quel periodo, e il tempo per chi fa affari è denaro. Si cammina a piccoli passi con il piatto in mano, in una sorta di equilibrio instabile. Non ci vuole poi molto a ruzzolare. Era pratico e attrezzato il J&M studios di New Orleans messo a sua disposizione. Il quattordici settembre del 1955 Little Richard, inizia a registrare le sue canzoni. He’s My Stars, WonderingDirectlyI’m Just A Lonely Guy, Kansas City. L’atmosfera tra i musicisti è rilassata e complice. Tra uno stacco e un altro, si beve, si fuma erba, e si scherza. Ogni tanto Little rulla al piano le note di Tutti Frutti e si accorge che i musicisti gli vanno dietro divertiti… ma quella canzone non fa parte di quelle session perché il suo testo è troppo volgare per essere pubblicato. Glielo aveva detto Blackwell ad inizio seduta che quella canzone restava fuori ma, con il passare delle ore, tutti si accorgono che è davvero impossibile non inciderla. Si decide su due piedi di far arrivare in studio Dorothy LaBostrie, una scrittrice del luogo, per affinare quel linguaggio sporco e da strada contenuto nel testo. Quando tutto fu pronto, Little batté il piano con un ritmo ancora più folle delle prove precedenti, le percussioni entrarono dure, e arrivò la sua voce rauca, ansante, carica di sesso. Tutti i musicisti a quel punto si lasciarono andare, e fu allora che Richard saltò sul piano, cadde in ginocchio, singhiozzò e si mosse lento… poi veloce, e quando entrò il sax, cazzo quando entrò il sax, tutti ballavano in una follia seducente e bastarda. Il rock’n’roll nero era appena nato. Tutti Frutti vendette più di mezzo milione di copie e anche le stazioni radiofoniche dei bianchi la trasmisero visto che non era più “hot”. Quello fu solo il primo di una lunga serie di successi. Long Tall Sally, Slippin’ And Slidin’, Rip It UpShe’s Got It, Lucille, Jenny JennyKeep A Knocking… tutti brani entrati nelle hit-parade dell’epoca.Rock’n’roll spinti da una rabbia furiosa, cantati con un aggressività fuori dal comune, da una voce arrogante e disinibita che è l’emblema stesso del rock. Sul palco Little Richard dà il meglio di sé, si agita scomposto, muove gli occhi per sedurre, si trucca il viso con il mascara e ha un’aria minacciosa, attaccato al suo pianoforte. Solo a guardarlo, emana una forza oscura e attraente, mentre suona il suo rock terroristico e altamente  rumoroso che porta alla dannazione e al peccato. Scompare dalla scena quando è in testa alle classifiche americane e inglesi con Good Golly Miss Molly. La sua complessa personalità lo spinge a ritirarsi in un mondo di studi religiosi ma non svenderà mai la sua musica, come hanno fatto altri rocker dell’epoca. Ci nasconde tutto, la vita. E’ con il rumore che copriamo qualunque cosa per non sentire nulla, neanche quelle voci che ci parlano da lontano. Il serpente si contorce ancora, ritorna e sparisce, trascinandosi nel buio per sfuggire alla presa di chiunque voglia catturarlo. Il coraggio non è perdonare. Si perdona anche troppo agli uomini, e questo non serve a nulla. Si erano seduti da circa mezz’ora in un bar di quelli scadenti, Chinaski, Ferdinand, Ernest, e Van Gogh, per il solito poker serale, si stavano ancora studiando quando all’improvviso fece irruzione un tale dall’aria candida, con due fessurine per occhi. “Forse voi non lo sapete, disse, ma alcune persone sono destinate a trascorrere l’eternità all’inferno”. Era un topo di tunnel. Cazzo poteva andar peggio pensarono i quattro e versandosi  un doppio scotch presero a cantare «Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!» Subito dopo la porta si aprì con un colpo solo. Del resto non vale la pena parlarne.

Bartolo Federico

martedì 5 dicembre 2017

Dove cadono le lacrime

Secchiate di malinconia gli caddero addosso. Rivide lei, colma di odio e con il diavolo nel cuore strepitargli che era un coglione, un bastardo, una merda rinsecchita. Fermo sotto un cartello stradale con quella faccia da tenebre e nebbia che si ritrovava, fece una risata rauca. Le aveva replicato “questo è ciò che mi hanno fatto diventare, bambina, non averne a male”… e le disse queste parole con una voce metallica, puntando dritto dentro ai suoi occhi freddi. Poi, lentamente, girò lo sguardo intorno e con garbo si aggiustò il cappello… e si sentì andare in pezzi. Si avviò arrancando lungo la strada fosca. Dal taschino della giacca prese il pacchetto nuovo di sigarette e scartandolo si rese conto di avere il cervello come appannato da cumuli di polvere. Le lacrime gli sfondarono le palpebre e attese che il suo cuore si calmasse. La pioggia continuava a cadere diritta sulla sua testa, incurante di tutto. Come la sorte.
“Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c’è il posto dove vai dove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa, lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiante dove cadono le lacrime”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta, prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine.
“Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati, le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e’ spezzato”. (Everthing Is Broken – Bob Dylan).
Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro ma, fin quando gli era stato possibile, aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla… e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti.
Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra
… ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. Sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si consumasse tra le dita. Da un balcone aperto il crepitio di una radio lo scosse. “Viviamo in un mondo politico la saggezza è sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull’asse la vita è negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World – Bob Dylan).
Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta.
C’era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell’ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C’è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco? Che cos’era che volevi? E’ qui nella mia mano?” (What Was It You Wanted – Bob Dylan). 
Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina, obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli.  Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio.
Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidare quando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non è facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all’uomo dal lungo cappotto nero”. (Man In The Long Black Coat – Bob Dylan).
Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi… ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi “Gravity Talks” dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas (il Roy Bittan dei poveri) e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato.
“A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. Ed io dov’ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo?” (What Good Am I? – Bob Dylan).
Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto.
“Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo” (Knockin’On Heaven’s Door – Bob Dylan).
Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero.
“Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l’innocenza muore” (Ring Them  Bells – Bob Dylan).
Il telefono squillò per terra, nell’ombra, una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola. Con le labbra incollate alla cornetta disse: “Si!… Ciao, sono Wilma. Buon Natale.
“Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l’abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te.” (Shooting Star – Bob Dylan).

Bartolo Federico