sabato 6 settembre 2014

Sulle Strade Secondarie (prigioniero del blues)



Guidare mi era sempre piaciuto, specie quando non avevo mete da raggiungere e potevo tenere gli occhi incollati sull’asfalto e naufragare dentro le mie rovine interiori. Ma era anche un modo per staccarmi da me stesso e da quello che mi circondava innalzando le mie barriere di protezione. In quel pomeriggio dai colori opachi provavo quella sensazione. Guidavo con la radio spenta, accompagnato dal rumore della pioggia che era arrivata fredda e inaspettata picchiando con foga sul parabrezza dell’auto. Facevo strada e mi chiedevo perché mai le cose che mi riguardavano avessero preso da molto tempo ormai quella brutta piega. Certo non ero mai stato un tipo accomodante, di quelli che si mettono seduti in silenzio dopo un buffetto sulla guancia. No, non  ero mai stato quel genere di persona. Anzi, a guardarmi col senno del poi, ero stato anche fin troppo ribelle ma anche un ingenuo. Tanto che, per non impazzire del tutto, avevo dovuto saltare la staccionata infilandomi dritto dritto su quelle strade secondarie, intrise dalla polvere e battute da un venticello muto e solitario. Quelle strade ignorate, dimenticate dai più. Troppo scomode per percorrerle, se sei un turista, con quell’asfalto abraso dal tempo ma proprio per questo suggestive e struggenti. Quelle strade che ti restano incollate al cuore, fatte apposta per tutti quei pazzi allo stato brado che in questo mondo si sentono soffocare. 


La stanza dove alloggiavo aveva i muri screpolati e grandi chiazze di umidità negli angoli. Le tende di poliestere una volta bianche erano ingiallite e quasi trasparenti. Il copriletto di colore beige con grandi fiori rossi era una vera sciccheria che neanche a girare in un mercatino dell’usato  lo avresti trovato più. Un tavolinetto da picnic, una sedia pieghevole e un piccolo televisore in bianco e nero che non funzionava facevano l’arredamento. Una stanza senza troppi fronzoli, a modo suo anche rivoluzionaria,  nella sua semplicità. Una stanza che aveva visto alloggiare un’umanità di diseredati, di persone che dalla vita non pretendevano più nulla se non di starsene in santa pace con se stessi. Uomini soli che cercavano il modo per non finire omologati e di conseguenza anche di esistere.


Tutto il tuo denaro riuscirà a comprare il perdono, a tenerti lontano dalla malattia o dal freddo? Tutto il tuo denaro ti proteggerà dalla follia? Ti terrà lontano dalla tristezza quando sei giù in fondo al buco?(Down In The Hole - Rolling Stones)


  In quella camera con le pareti disegnate, scarabocchiate, imbrattate di frasi celebri, ma anche di espressioni senza senso apparente, respiravo le storie di quegli uomini che si erano dispersi nell’immaginario di un mondo troppo vasto, ma anche troppo crudele. Uomini bruciatisi in fretta, sovrastati dalla malinconia dei loro stessi sogni. Quella solitudine profonda che regnava in quelle quattro mura metteva a nudo quelle anime che ci potevo quasi parlare. Mi addormentai senza mangiare con la faccia rivolta alla finestra mentre gocce di pioggia entravano dall’infisso bagnandomi il viso. L’indomani un sole sparato filtrò dalla persiana svegliandomi. E quando schiusi gli occhi lessi quella frase che la sera nella penombra  mi era sfuggita. Qualcuno l’aveva scritta con una biro nera e con mano tremante ”ogni obbedienza è un’abdicazione”(Bakunin). Mi alzai dal letto di scatto ché ero pronto ad andare. Alle volte bisogna accontentarsi e prendere quel che capita per tirare avanti.


Uscito dal paese, proseguii diritto per un paio di chilometri, poi svoltai a destra e subito dopo a sinistra. Seguendo le indicazioni che un uomo fermo sul ciglio della strada mi aveva dato, mi ritrovai lungo quella via polverosa, stretta e tortuosa. Una stradina piena di buche e avvallamenti, affiancata da un ruscello ormai in secca. Una stradina davvero solitaria. Fu allora che ripensai a quella frase che avevo letto sulla parete della stanza, quella frase di Bakunin l’anarchico, che avevo scritto anch’io da ragazzino cerchiando una A sulla pagina interna della mia copia di On The Road. E non so spiegare perché mi venne in mente il villaggio dov’ero cresciuto io, mio nonno Sebastiano e tutti i miei amici del quartiere. Mi ricordai di quel senso del vicinato che avevano le nostre famiglie, del sentirci una comunità che ci rendeva davvero la vita speciale. La nostalgia arrivò e stringò il cielo limpido proprio dove due uccelli stavano svolazzavano e, intanto che riaprivo la pellicola dei ricordi sui visi di quelle persone, accesi la radio. 


Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada. Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada.(On The Road Again - Canned Heat)


Ascoltai un giornale radio e, mio malgrado, le previsioni del tempo. Dopo presi a seguire un dibattito politico sullo stallo governativo che si era verificato in seguito alle votazioni politiche. Ma tutto quello sbattimento mi suonava alquanto anomalo. Mio nonno e mio padre erano di pasta antica e da loro avevo appreso che una volta che stringi un patto, caschi il mondo, lo devi onorare. Un paese dalla memoria corta, il nostro. Tutto è concesso ai signori del potere e, abituati come siamo al vassallaggio, non ci si scandalizza dei loro misfatti. Il dibattito si fece sempre più rovente e basato sul nulla. Eravamo davvero un paese diviso, lacerato nel profondo, un paese di tifosi che sapevano farsi egregiamente del male, ma la partita che si giocava riguardava un’orda di persone senza lavoro e senza alcuna protezione sociale. Gente lasciata sola al proprio destino che, insieme ad un marea di giovani, era la vittima sacrificale di quelle politiche, orrende e disumane, che i belzebù europei avevano dettato e che i politici senza scrupoli avevano messo in vigore. Ma adesso, come non era mai accaduto prima, una massa di disperati premeva sull’uscio del grande portone e questa volta si percepiva che qualcosa sarebbe accaduto. In un modo o nell’altro.


 E’ indispensabile che la gente sia ispirata ad ideali universali,che essi abbiano una generale idea dei loro diritti e una profonda appassionata fede nella validità di questi diritti. Quando quest’idea e questa fede popolare si uniscono alla miseria che porta alla disperazione,allora la Rivoluzione Sociale è vicina ed inevitabile e nessuna forza al mondo può fermarla.(Michail Bakunin)


Guidai per ore con la mente impegnata a mettere insieme i tasselli degli ultimi avvenimenti, accompagnato da qualche nuvola vagabonda e dalla musica di uno strepitoso John Mayall dell’album The Turning Point. Un disco senza batteria ridotto strumentalmente ai minimi termini e registrato al Fillmore di New York il 12 luglio 1969, insieme a Jon Mark, chitarra acustica, Steve Thompson, basso, e Johnny Almond, sax e flauto. Come un vero beatnik, Mayall da vita ad un set formidabile, suonando un blues fantasioso e pieno d’anima, mescolando jazz, strada e poesia che il tempo non ha corroso. Quel sentiero ad un tratto prese a salire. Il percorso era pieno di gobbe e curve a gomito. Nello specchietto retrovisore cumuli di polvere si alzavano al mio passaggio. 


Cosa hanno fatto loro per la terra? Cosa hanno fatto per la nostra sorella sempre giusta? Devastata, saccheggiata, strappata e colpita. Bloccata con pugnali dalla parte dove nasce il sole e bloccata da recinti e trascinata nella desolazione. (When The Music Is Over - The Doors)


Con Sal ci andavamo spesso sul monte Navajo. Così avevamo battezzato quel luogo da dove potevamo osservare dall’alto la città. Da quel punto sembrava che potessimo afferrarla e stringerla nel palmo della mano per poi farla sparire. Ci inerpicavamo in sella alla moto di suo fratello che utilizzavamo di nascosto quando lui era a lavoro e ci sentivamo liberi, con il vento che ci tagliava in due il viso, accelerando per quei tornanti e urlando con quanto fiato avevamo in gola: We want the world and we want it ..Now Now Now! Era il nostro urlo di liberazione intanto che bruciavamo e la pazzia iniziava a serpeggiare dentro di noi mentre ci “aprivamo come ragni tra le stelle (Jack Kerouac).


In quale inferno puoi andare lontano dalle cose che conosci, lontano dalle distese di cemento che continuano a serpeggiare mille miglia al giorno? Guardati ancora una volta alle spalle, dedica ciò alla memoria e ricorda: che non ti manchi questo deserto, questo luogo tremendo. Quando te ne vai lascia il cuore fuori dalle maniche. (Motherland - Natalie Merchant). 


Io e Lucilla eravamo andati a vivere in un monolocale che avevamo affittato nella zona nord della città dove i prezzi erano più abbordabili per due squattrinati come noi. Entrambi eravamo studenti alla facoltà di scienze politiche e per mantenerci quell’alcova ci arrangiavamo con dei lavoretti nei fine settimana o dando lezioni private ad ore. Ma era pur vero che la madre di Lucilla veniva in nostro aiuto puntualmente ogni fine mese. I primi tempi le cose tra di noi andarono a gonfie vele, addirittura pensavo fosse la donna della mia vita. Poi, con il passare dei giorni, i nostri rapporti si incrinarono e divennero sempre più difficoltosi, a tal punto che quando ci si parlava non ci ascoltavamo. Una sera al mio rientro, trovai la tavola apparecchiata con la cena già pronta e un solo posto. Mi tolsi il giubbino e lo appoggiai sulla sedia, poi andai nella camera da letto. Lei era  sotto le coperte girata di fianco e non si voltò. Le chiesi se stava bene. Di rimando mi bofonchiò qualcosa del tipo che era tutto a posto.  Tornai in cucina e cenai. Mangiai molto lentamente e bevvi la bottiglia di vino per intero. Poi fumai una sigaretta. Mi guardai intorno e mi sentii un estraneo in quella casa. Ero dentro un mondo che non era il mio che non mi apparteneva più. Cercai un appiglio a cui aggrapparmi, non  trovai nulla. Davvero, non c’era niente che mi appartenesse in quel posto. Continuai a sbandare e sentii la testa girarmi, ma fu solo per un attimo. Mi accesi un’altra sigaretta. Ad un tratto lei apparve sull’uscio, mi guardò con gli occhi gonfi di lacrime e la faccia stravolta e disse “ci sono mille ragioni per odiare uno come te, ma anche per amarti. Ancora non ho ben capito quale delle due sovrasta l’altra”. Girò le spalle e ritornò a letto. Fu tutto. Non le risposi, non dissi nulla. Racimolai le mie cose ed uscii da quell’appartamento senza fare rumore. Senza farmi più sentire.


Correvamo verso i sobborghi stringendo tra i denti la fede, dormivamo sulla spiaggia, in quella vecchia casa abbandonata, distrutti dal caldo, e ci nascondevamo nelle strade secondarie. Con un amore così difficile e pieno di sconfitte. Correvamo nella notte per salvare la vita, per quelle strade secondarie (Backstreets - Bruce Springsteen).


Mi sistemai a un tavolino che dava sulla strada ordinai un toast e un birra grande. Tirai fuori un libro dalla sacca e lessi qualche riga. Lo riposi quasi subito perché non riuscivo a concentrarmi. Bevvi altre due birre, pagai il conto ed andai via. Quali tracce di me stavo seguendo, mi chiesi mentre raggiungevo l’automobile.  Perché tutto era sempre così complicato?  Era proprio vero, per alcuni la vita non cambia mai di foglio. Quando ripartii, sgommando, erano le sei del pomeriggio e mi sembrò di essere come un ladro del mio tempo. Accesi la radio e la slide di Johnny Shines, un perdente pieno di dignità, mi colpì come un pugno nello stomaco. La sua voce tonante chiamò il buio e la disperazione, e mi ritrovai all’incrocio tra due strade, solitario e mesto. Come sempre prigioniero del blues.(Tratto da: Viaggiatori Nella Notte)


 

Bartolo Federico


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