domenica 17 dicembre 2017

Nessuna via d’uscita

La pioggia si era messa a schizzare da ogni parte, l’uomo si passò una mano sulla fronte, ma incomprensibilmente tardò ad andare via. Era vestito con abiti signorili e vederne uno in quella zona della città, era davvero una cosa che non passava inosservata. A guardarlo da dietro il vetro della mia finestra di casa, pareva uno di quelli che si vedono nei film noir. Con quelle scarpe nero lucide, l’abito di grisaglia e il trench beige portato con il collo alzato… doveva essere un manager o un uomo d’affari. Di certo apparteneva a quella razza umana, dei sicuri di sé. Uomini che anche sotto la pioggia (che lo stava inzuppando dalla testa ai piedi) restavano indifferenti. Mi allontanai dalla persiana e spensi il radioregistratore che suonava Are You Gonna Be There (At the Love-In) una canzone della Chocolate Watch Band contenuta in “No Way Out”, album uscito nel 1967. Una garage band tosta, rude, messasi insieme nel 1964 a San Jose, città vicino San Francisco. Il gruppo, composto da Ned Torney, Mark Loomis, Jo Kemling e Tom Anton, aveva una passione sfrenata nel suonare con chitarre taglienti un rock’n’roll grezzo, di grande impatto emotivo. Esordirono con un 45 giri contenente la cover ben fatta di It’s All Over Now Baby Blue di Bob Dylan, anche se la loro influenza principale restava quella congrega di bastardi e drogati dei Rolling Stones. Si racconta che la versione di Come on fece impallidire lo stesso Mick Jagger quando la sentì. Non so perché ma mi ero tolto le scarpe, e dopo un po’ la pioggia smise di cadere. Guardai nuovamente fuori dal vetro, e di quell’uomo non c’era più traccia. Sparito nel nulla, come alle volte scompaiono certe cose di noi. Era da un po’ che il peso di quello che facevo, o che non facevo, mi schiacciava verso il fondo. Cercare un senso a tutto questo non è che migliorasse la situazione. La mia voglia di verità e giustizia era fatica sprecata, destinata a rendermi la vita ancora più triste. Così quella sensazione di sentirmi in trappola aumentava. Forse, ragionai, è solo una questione di prospettive ma, in fondo, vale sempre la pena di viverla questa vita. Anche quando inghiottiamo merda a palate, e ci sentiamo soffocare dagli eventi. C’è sempre un modo per rimetterci nuovamente sulla strada dei sogni. Alle volte una frase, un libro, una giornata di sole, un bicchiere di Jack Daniel, una scopata con i fiocchi, bastano per superare quei marciapiedi malconci e sconnessi, in cui ci troviamo a camminare. Alle volte serve anche una canzone dei Kinks, per sorreggerci e riprenderci dallo sbandamento. Turbolenti e aggressivi i fratelli Davies, tanto che i loro concerti si trasformavano sovente in gigantesche risse. Con liriche ironiche sostenute da un rock-beat energico e diretto, Ray e Dave entrambi chitarre e voce, prendevano di mira con le loro canzoni la piccola borghesia inglese. Nati nel 1963, dopo un breve rodaggio volarono in cima alle classifiche con You Really Got Me, un pezzo che diventerà negli anni un classico riproposto da un infinità di artisti. Nel 1979 vanno in tour in America, ed è da quelle notti passate sui palchi che nel 1980 venne tirato fuori “One For The Road”. Un disco che offre abbastanza materiale di successo, e che diventerà suo malgrado come un antologia… ma è anche vero che è un disco per chi si muove in tante direzioni diverse, e si trasforma in tante persone diverse. La vita non è altro che una concatenazione di eventi, di frammenti, di ricordi. Non esiste una giusta lotta. Ho spento la sigaretta con odio. Non sapevo più cosa pensare. Il diavolo mi era saltato fuori con un ruzzolone da una scatola di ricordi, chiusa da chissà quanto tempo. Ebbi come l’impressione di essermi infilato dentro una di quelle buche da cui è difficile uscirne senza niente di rotto. Udivo il suo respiro, la sentivo muoversi nell’oscurità. La porta del bagno che si chiudeva, l’acqua che scorreva nel lavandino, i suoi morbidi passi mentre mi raggiungeva nel letto. Mi sentivo distrutto da quei pensieri. Allora accesi la luce e lo stereo in contemporanea, ricordandomi di un vecchio amico che in passato aveva riempito un vuoto. American Fool uscì nel 1982 e mi fece conoscere John Cougar, un ragazzo nato in un paesino del Midwest, nello stato americano dell’Indiana. Veniva dalla periferia quel figlio di puttana, bastardo e spocchioso, con il giubbino di pelle, una moto e i Ray-Ban sul viso. Mi sembrava che fosse giunto finalmente a casa mia il fratello più grande, che tanto avevo desiderato. Così, tenendomi sotto le ascelle la busta con quel disco comprato da “Melluso” un sabato pomeriggio, John entrò nella mia vita, mentre in sella al mio ciclomotore, un Bravo col motore truccato di colore rosso, guidavo nel traffico cittadino, credendo di avere un Harley DavidsonChina Girl, Jack & Diane, Thunder Hearts, Hurts So Good, furono una scossa di adrenalina. Canzoni che centrarono il bersaglio, e mi colpirono direttamente al cuore. Dopo aver pubblicato nel 1983 “Uh Uh”, un 33 giri dal piglio rollingstoniano, da sempre un suo grande amore, nel 1985 esce “Scarecrow”, un lavoro musicalmente più maturo dei precedenti, pensato e scritto in difesa della causa dei contadini, strangolati dalle banche e dalle scelte socio-economiche dell’allora presidente Reagan, che qui viene attaccato duramente in The Face Of The Nation. L’esempio che ha in testa Cougar (da sempre animato da una forte sensibilità sociale) è quello di Woody Guthrie… ma per questa battaglia non si presenta come faceva il vecchio Woody solo con una semplice chitarra “ammazza fascisti”, porta con se una band di duri e puri rock’n’roller, una band che suona pungente e acre quanto basta, per rafforzare il suo urlo di battaglia e di dolore.
“Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso E figlio mio, mi dispiace, ma non erediterai niente. Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro.” (Rain On The Scarecrow  – John Mellencamp/George M. Green).
La schiavitù del lavoro, le disparità, l’odio razziale, la povertà dilagante e le ferite dell’anima inflitte dai governi alla gente, sono i passi che servono per distruggere intere popolazioni. “The Lonesome Jubilee” è uscito nel lontano 1987 ma la solitudine, le difficoltà economiche ed esistenziali, i problemi del lavoro della gente di mezza età che sono i temi fondanti di questo disco, risuonano tragicamente attuali. Queste canzoni sono come tagli profondissimi, inflitti sulla carne viva delle persone. E’ uno di quei casi in cui le cose restano sempre le stesse, quando invece non dovrebbero esserlo più. Per uscire dallo sconforto, mi misi a suonare del blues. Charlie Patton, Blind Willie McTell, Son House, Bukka White, tutta roba incredibile. Mentre li ascoltavo cantare accesi una sigaretta, e ripensai a quello che mi aveva detto un anziano signore al supermercato: “alla fine le cose che ci distruggono non sono soltanto quelle che non facciamo, ma anche quelle che facciamo”… e che ci vuole molto tempo per venirlo a sapere. Ci vuole tempo per imparare tutto… perfino a difendersi. Anche i Flamin Groovies che sono un gruppo di rock’n’roll e rhythm&blues nato in California nel 1965, hanno dovuto impararlo. Il classico esempio, quello dei Groovies, di chi arriva sempre in ritardo all’appuntamento con la notorietà. Un po’ di sfiga, ma anche la voglia di essere controcorrente, sono sempre state le peculiarità della loro carriera. Per potere esordire furono costretti a stamparsi il disco da soli. Duemila copie in tutto. Solo in seguito la Epic, li mise sotto contratto… ma l’esito delle vendite di “Supersnazz”, per loro sarà disastroso. Nel tempo però quel vinile sarebbe divenuto un cimelio, ambito e ricercato da tutti i collezionisti di musica dei sixties. I Groovies, come chiunque abituato ad arrabattarsi, è gente abituata a masticare amaro, ma pur con mille difficoltà la band è arrivata con gli strumenti in mano fino ai giorni nostri. “Fantastic Plastic” uscito in questi giorni, mantiene ancora inalterata la loro voglia di rock’n’roll, in un era in cui questa musica ha perso molto della sua vivacità, e del suo antico estro. In tutti questi anni passati (pur restando nell’ombra) a servizio del rock, di loro rimangono comunque un pugno di canzoni, che t’incendiano l’anima. Anche se c’è soprattutto una loro canzone che ancora oggi viene suonata sui palchi dei seminterrati, dei garage o dei piccoli club, che avrebbe meritato palcoscenici più blasonati. Un vero classico Shake Some Action, per chi è rimasto seduto in seconda fila, nel grande Luna-Park del rock… e la versione che suonarono Charlie Pickett And The Eggs nel disco d’esordio intitolato “Live At the Button” del 1982, è semplicemente fantastica. Un brivido lungo un miglio. Una canzone che suona come un canto di vittoria per tutti quei sognatori, canaglie e solitari, caduti e sperduti per il troppo furore di vivere. Graham Bond era uno dei padri del blues inglese. Morì travolto da un convoglio della metropolitana londinese, contro il quale era caduto ubriaco e drogato. Ci sono inferni che non si immaginano neppure… ma nessuno può fermare lo scorrere del tempo. Nessuno. Possiamo solo sistemare i ricordi dentro i cassetti della memoria e, andando avanti, cercare solo di limitare i danni. Prima che arrivi il silenzio.

Bartolo Federico

sabato 9 dicembre 2017

Selvaggio Blues

Ehi Chinaski, sbraitò il diavolo, spegni quel sigaro che mi stai impuzzendo il manto e smettila di ruttare e scorreggiare. Dal tuo arrivo quest’inferno è diventato una bolgia, tanto che non riesco più ad avere un attimo di pace. Questi maledetti che mi stanno intorno, sembrano dei pazzi, non fanno altro che bere, scopare, fumare, e prendersi a cazzotti. Delle vere bestie. Sei riuscito a infettare persino il mite Ferdinand; da quando gli hai passato quel nastro ha ritrovato lo slancio dei suoi giorni migliori. Non fare il furbo con me Hank, quella cassetta te l’ha messa in tasca l’infermiera il giorno che ti ha vestito per spedirti qua sopra. Ti sei fatta anche lei eh! vecchio tralignato. Di la verità! Ad ogni modo, il tuo amico Celine se ne sta sempre nell’ombra della sua celletta a scrivere appunti, grugnendo e sospirando, e non la smette di ascoltare le canzoni che quell’altro matto urla come un ossesso, quel Richard Wayne Penniman. Satana si asciugò la fronte. Aveva i tendini del collo arcuati e le dita delle mani piegate. Lo fissò negli occhi e riprese la chiacchierata. “Ah! quel fetente mi tormenta. Però a furia di sentirli quei rock’n’roll, li ho imparati a memoria. Te la ridi eh, stronzo di un Chinanski, sei il solito rotto in culo, non ti passa mai a te. Ghigni sbavando, perché lo sai che lui si trova a suo agio nei tragitti bui e tenebrosi, e anche unti di grasso. Quello squilibrato, si è ingozzato di sogni per resistere quassù, si è portato tutti quelli che gli riscaldano meglio l’anima, quelli sporchi e cattivi, come i tuoi… ma oggi sono in vena di confidenze e ti dirò che mi piacciono un casino quelle canzoni che ascolta, specialmente quella che inizia con Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!“. Ad un tratto, come serpenti inquieti, arrivò una valanga di anime che non finiva mai. Il demonio le squadrò esaminandole attentamente. “Adesso Hank sono davvero incazzato nero perché devo andare a lavorare, e sai quanto mi rompe i coglioni, quindi porgimi quella cazzo di birra e vodka che hai a lato, almeno mi metto un po’ su di giri”. Era andato via, e l’aria puzzava nuovamente di scoreggia. Ma tornò indietro e con un colpo riaprì la porta. “Visto che ci sei dammi anche quel sigaro, se no per punizione ti spedisco in paradiso… non te lo scordare Chinaski, gli proferì minaccioso, che comando io qui.” e richiuse la porta con un colpo solo. C’è una vena passionale e romantica in ognuno di noi, che ci spinge a cercare la nostra natura. Nei Sud del mondo non e mai stato facile vivere, se sei povero e per giunta di colore allora sono solo guai. Il piccolo Richard si sedette sul gradino insieme ai suoi zii, e a suo nonno, predicatori battisti che se ne stavano assorti in preghiera. In quel pomeriggio in cui la temperatura arrivò oltre i quaranta gradi, che anche i rospi negli stagni non saltavano più, qualcuno nel vento infuocato stava suonando un blues arido. Richard chiuse gli occhi e assaporò quell’odore di pesce gatto fritto, che arrivava da chissà dove e che gli perforò le narici, trapanandogli lo stomaco vuoto. Era l’estate del 1939 e il piccolo Penniman ultimo di una famiglia di quattordici figli, aveva circa sette anni e lavorava per strada. Suo padre vendeva alcool di contrabbando, ed era un uomo duro che gli metteva una paura boia… ma quando culli un sogno fai di tutto pur di avverarlo. Costi quel che costi. “War Hawk” com’era chiamato per via della sua voce energica e tonante dagli altri ragazzi di colore che cantavano con lui nel coro della chiesa, se ne andava di nascosto a lezione di pianoforte  dopo aver racimolato con molta pazienza il denaro per pagare l’insegnante. Perché alla fine è solo con le bugie che atterri dove ti pare, e sono solo le bugie a renderti la vita meno difficile. Bugie innocenti, bugie vitali. Tanto nella tomba ci finisci sempre da solo. Erano tempi quelli, in cui la gente di colore aveva paura a mettere anche un pianoforte in chiesa, perché pensava che fosse il diavolo incarnato. Un’istituzione fondamentale la chiesa per la vita della comunità di colore, l’unico luogo consentito ai neri per riunirsi in gruppo… ed è proprio in quei raduni che Little Richard fu in grado di mostrare il suo enorme talento. Ma un uomo libero non starà mai dalla parte di nessuno, e tantomeno nessuno vorrà stare con lui. Allora cercheranno di rinchiuderlo in modo da averne il controllo. Quando il mercato discografico fiutò l’affare rock’n’roll, gli  piombò addosso come un avvoltoio, e se lo divorò con cupidigia. Era il nuovo peccato, e il peccato è commercio. Ammiccante, sfolgorante. La paura che abbiamo è sempre quella di sentirci vuoti, e non avere nessuna ragione per vivere. Appena tredicenne Little Richard si vestì stravagante e se ne andò insieme al “medicine show” del Dottor Hudson per le strade polverose piene di miseria e dolore del Mississippi. Quando fece ritorno a Macon (Georgia) sua città natale, il padre non trovò di meglio che cacciarlo di casa… ma mai perdere la speranza e dolersi troppo per il domani. “L’incudine sopravvive al martello”. Little Richard venne adottato da una coppia di bianchi, Ann e Johnny Johnson, che lo rimandano a scuola e lo fanno anche esibire nel loro locale, il Tick Tock Club. A soli sedici anni vince un audizione con la casa discografica Rca, che gli fa incidere quattro 78 giri. Every HourTaxi Blues, Get Rich Quick, Thinkin’ About My Mother, incisioni che vengono eseguite da band di blues locali. La sua voce spicca su tutto, e quel suo modo di aggredire la canzone e le parole, che saranno in seguito il suo marchio di fabbrica. Il diavolo lo sa bene che tutti i giocatori d’azzardo sono dei fottuti sognatori, e che suonano il rock’n’roll… ed è loro che aspetta per quel giro finale di poker. A quel tempo Richard ascoltava molto il blues di Howlin Wolf, ma anche il gospel di Mahalia Jackson e del pioniere Fats Domino. Adesso era arrivato il momento di sperimentare nuove emozioni. Lavora con diversi musicisti, passando per gruppi vocali come i Deuces Of Rhythm & Tempo Toppers, ed incide nuovi pezzi per la Houston-Based Peacocklabel di Don Robey. Queste canzoni non sono altro che dei blues ma sempre meno convenzionali. Il suo lato selvaggio sta pian piano venendo fuori e prendendo il sopravvento. Nel 1953 vengono pubblicati Fool At The Wheel, e Ain’t That Good News. I cani nel vicolo abbaiavano, ringhiando minacciosi. Erano le quattro meno un quarto di un mattino del 1955. Richard si sentiva stanco e demoralizzato perché tutti i suoi tentativi di arrivare al successo con la musica sembravano non portare a nulla. Diventare una star per un uomo di colore significava riscattarsi da una vita di umiliazioni e privazioni. Aveva acquisito una grande professionalità a contatto con musicisti del calibro di Johnny Otis, artista con cui continuerà a lavorare anche in seguito. In questo lasso di tempo era stato anche caparbiamente sincero con se stesso, ma sembrava che tutto questo non bastasse per trovare la via del successo. “Se non riuscissi a sopravvivere con la musica pazienza” pensò sfregando la brace dalla sigaretta, e infilando il mozzicone nella tasca della camicia. Girò tutta la notte per le strade della città, tra case di legno, e cortili di terra battuta. Quando fu sulla via principale traballando tentò di cantare una canzone. Un vecchio blues… ma era troppo ubriaco per ricordarsi le parole. Si inginocchiò e sparse ululati da lupo ferito alla luna. Poco più tardi il gallo cantò tre volte. E’ molto meglio non filosofeggiare troppo sulle cose, perché la paura non porta da nessuna parte. Little Richard, alquanto scoglionato e afflitto, si ritira dalle scene e se ne va a fare il lavapiatti, in un terminal del Greyhound ma non lascia la musica, continua a scrivere canzoni e anche sul lavoro non smette mai di cantare. Un motivo per il proprietario per insultarlo e trattarlo male… ma è proprio mentre lavora qui che scrive il suo jolly. Tutti Frutti è una canzone che fa ascoltare al suo amico Lloyd Price che gli consiglia di spedirla alla Specialty Records di New Orleans. Questo pezzo suona come una corrente d’aria fresca, in un anima piena zeppa di tagli e graffi. Fa uno strano effetto bagnarsi di luce, dopo essere stati per tanto tempo nell’ombra. Che sia chiaro a tutti. La vita è una botta di culo, senza non si va da nessuna parte. Talento o non talento, Charles Bukowski fu tratto in salvo da John Martin, un appassionato delle sue poesie, che gli propose di lasciare l’impiego alle poste per dedicarsi alla scrittura, offrendogli un assegno mensile di cento dollari. ”Quel giorno il signor Rolls incontrò il signor Royce”Art Rupe il boss della Specialty Records se ne stava spaparanzato nel suo ufficio con le gambe sul tavolo, ascoltando quel nastro che gli era appena arrivato. Il ventilatore era guasto e faceva un caldo infernale. Era ridotto uno straccio quando il telefono squillò. Alzò la cornetta grattandosi le palle e riattaccò. Quella voce, ragionò, forse poteva tenere testa a quel Ray Charles che in quei giorni si era preso la scena con I Got A Woman, una canzone che stava spopolando nelle classifiche di vendita. Dopo mezz’ora il telefono trillò nuovamente, ma questa volta rispose. Era il suo direttore artistico “Bumps”. “Ti stavo cercando” lo aggredì Art. Vieni subito in ufficio che abbiamo qualcosa di veramente esplosivo”. “Bumps” Blackwell ascoltò quel nastro e con il boss decisero di comprare il contratto di Little Richard dalla Peacock. Dopo qualche giorno prenotarono un biglietto d’aereo per fare arrivare Richard a Hollywood dove i tre si incontrarono per prendere accordi sulle session da tenere, e che dovevano avvenire il più presto possibile. Anche la Specialty non se la passava finanziariamente tanto bene in quel periodo, e il tempo per chi fa affari è denaro. Si cammina a piccoli passi con il piatto in mano, in una sorta di equilibrio instabile. Non ci vuole poi molto a ruzzolare. Era pratico e attrezzato il J&M studios di New Orleans messo a sua disposizione. Il quattordici settembre del 1955 Little Richard, inizia a registrare le sue canzoni. He’s My Stars, WonderingDirectlyI’m Just A Lonely Guy, Kansas City. L’atmosfera tra i musicisti è rilassata e complice. Tra uno stacco e un altro, si beve, si fuma erba, e si scherza. Ogni tanto Little rulla al piano le note di Tutti Frutti e si accorge che i musicisti gli vanno dietro divertiti… ma quella canzone non fa parte di quelle session perché il suo testo è troppo volgare per essere pubblicato. Glielo aveva detto Blackwell ad inizio seduta che quella canzone restava fuori ma, con il passare delle ore, tutti si accorgono che è davvero impossibile non inciderla. Si decide su due piedi di far arrivare in studio Dorothy LaBostrie, una scrittrice del luogo, per affinare quel linguaggio sporco e da strada contenuto nel testo. Quando tutto fu pronto, Little batté il piano con un ritmo ancora più folle delle prove precedenti, le percussioni entrarono dure, e arrivò la sua voce rauca, ansante, carica di sesso. Tutti i musicisti a quel punto si lasciarono andare, e fu allora che Richard saltò sul piano, cadde in ginocchio, singhiozzò e si mosse lento… poi veloce, e quando entrò il sax, cazzo quando entrò il sax, tutti ballavano in una follia seducente e bastarda. Il rock’n’roll nero era appena nato. Tutti Frutti vendette più di mezzo milione di copie e anche le stazioni radiofoniche dei bianchi la trasmisero visto che non era più “hot”. Quello fu solo il primo di una lunga serie di successi. Long Tall Sally, Slippin’ And Slidin’, Rip It UpShe’s Got It, Lucille, Jenny JennyKeep A Knocking… tutti brani entrati nelle hit-parade dell’epoca.Rock’n’roll spinti da una rabbia furiosa, cantati con un aggressività fuori dal comune, da una voce arrogante e disinibita che è l’emblema stesso del rock. Sul palco Little Richard dà il meglio di sé, si agita scomposto, muove gli occhi per sedurre, si trucca il viso con il mascara e ha un’aria minacciosa, attaccato al suo pianoforte. Solo a guardarlo, emana una forza oscura e attraente, mentre suona il suo rock terroristico e altamente  rumoroso che porta alla dannazione e al peccato. Scompare dalla scena quando è in testa alle classifiche americane e inglesi con Good Golly Miss Molly. La sua complessa personalità lo spinge a ritirarsi in un mondo di studi religiosi ma non svenderà mai la sua musica, come hanno fatto altri rocker dell’epoca. Ci nasconde tutto, la vita. E’ con il rumore che copriamo qualunque cosa per non sentire nulla, neanche quelle voci che ci parlano da lontano. Il serpente si contorce ancora, ritorna e sparisce, trascinandosi nel buio per sfuggire alla presa di chiunque voglia catturarlo. Il coraggio non è perdonare. Si perdona anche troppo agli uomini, e questo non serve a nulla. Si erano seduti da circa mezz’ora in un bar di quelli scadenti, Chinaski, Ferdinand, Ernest, e Van Gogh, per il solito poker serale, si stavano ancora studiando quando all’improvviso fece irruzione un tale dall’aria candida, con due fessurine per occhi. “Forse voi non lo sapete, disse, ma alcune persone sono destinate a trascorrere l’eternità all’inferno”. Era un topo di tunnel. Cazzo poteva andar peggio pensarono i quattro e versandosi  un doppio scotch presero a cantare «Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!» Subito dopo la porta si aprì con un colpo solo. Del resto non vale la pena parlarne.

Bartolo Federico

martedì 5 dicembre 2017

Dove cadono le lacrime

Secchiate di malinconia gli caddero addosso. Rivide lei, colma di odio e con il diavolo nel cuore strepitargli che era un coglione, un bastardo, una merda rinsecchita. Fermo sotto un cartello stradale con quella faccia da tenebre e nebbia che si ritrovava, fece una risata rauca. Le aveva replicato “questo è ciò che mi hanno fatto diventare, bambina, non averne a male”… e le disse queste parole con una voce metallica, puntando dritto dentro ai suoi occhi freddi. Poi, lentamente, girò lo sguardo intorno e con garbo si aggiustò il cappello… e si sentì andare in pezzi. Si avviò arrancando lungo la strada fosca. Dal taschino della giacca prese il pacchetto nuovo di sigarette e scartandolo si rese conto di avere il cervello come appannato da cumuli di polvere. Le lacrime gli sfondarono le palpebre e attese che il suo cuore si calmasse. La pioggia continuava a cadere diritta sulla sua testa, incurante di tutto. Come la sorte.
“Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c’è il posto dove vai dove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa, lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiante dove cadono le lacrime”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta, prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine.
“Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati, le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e’ spezzato”. (Everthing Is Broken – Bob Dylan).
Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro ma, fin quando gli era stato possibile, aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla… e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti.
Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra
… ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. Sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si consumasse tra le dita. Da un balcone aperto il crepitio di una radio lo scosse. “Viviamo in un mondo politico la saggezza è sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull’asse la vita è negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World – Bob Dylan).
Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta.
C’era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell’ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C’è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco? Che cos’era che volevi? E’ qui nella mia mano?” (What Was It You Wanted – Bob Dylan). 
Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina, obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli.  Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio.
Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidare quando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non è facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all’uomo dal lungo cappotto nero”. (Man In The Long Black Coat – Bob Dylan).
Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi… ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi “Gravity Talks” dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas (il Roy Bittan dei poveri) e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato.
“A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. Ed io dov’ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo?” (What Good Am I? – Bob Dylan).
Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto.
“Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo” (Knockin’On Heaven’s Door – Bob Dylan).
Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero.
“Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l’innocenza muore” (Ring Them  Bells – Bob Dylan).
Il telefono squillò per terra, nell’ombra, una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola. Con le labbra incollate alla cornetta disse: “Si!… Ciao, sono Wilma. Buon Natale.
“Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l’abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te.” (Shooting Star – Bob Dylan).

Bartolo Federico

sabato 18 novembre 2017

Polvere & Diamanti


Il giorno con il passare delle ore si era fatto sempre più caldo. Cercavo di starmene tranquillo seduto su quella veranda da dove potevo osservare il mare. Rimisi il libro sul tavolino e rientrai in casa, stappai una birra e sistemai un disco sul piatto dello stereo. Glamour Girl di T-Bone Walker mi esaminò con attenzione, mentre guardavo gli ultimi raggi di sole pieghettare le onde. Il mare era piatto e lucido e non c’era un alito di vento. La notte stava giungendo e tutte quelle stelle sparse nel cielo dicevano che era quasi estate. Anche se stavo attraversando un momento difficile, mi ripetevo che non dovevo farmi prendere la mano, che quei sogni strani che mi scuotevano e mi turbavano fin nel profondo sarebbero andati via, prima o poi. Come ogni cosa. Era da mesi che durante il sonno mi svegliavo di continuo e, quando non riuscivo a riaddormentarmi, aspettavo con gli occhi sbarrati l’alba. Quella notte, però, aveva ringhiato da subito le sue intenzioni e continuò a tormentami la mente. Non c’è la feci più a rivoltarmi tra le lenzuola: mi alzai, infilai le ciabatte blu, la camicia di jeans, e andai in cucina. Tirai fuori dal frigo la bottiglia del latte, ne versai un bicchiere abbondante, ci misi dentro due cucchiaini di zucchero e mi accomodai sulla veranda. Era una notte strana, impregnata d’immagini chiare e inumidita da bagliori solitari. Guardai per un pezzo il mare e il cielo, e anche quella luna che sembrava arrivata lì per caso. Era come un urlo quel brandello di memoria che non voleva andar via. Di fronte a me avevo case scolorite dal sole e dalla penombra, e c’era poca gente intorno. Soffiava una leggera brezza, afferrai la Martin piena di cicatrici che era appoggiata sul muro del terrazzino, e strimpellai. A volte sei felice. A volte piangi. Metà di me è come l’oceano e metà è cielo. Tu hai un cuore davvero grande che potrebbe schiacciare questa città. Ed io non posso arrendermi sempre. Tutti i muri cadono. Talune cose sono già finite. Altre cose vanno avanti. Tu porti una parte di me, una parte è già andata via. (Walls – Tom Petty). Le cose accadono e il mondo continua ad andare avanti, che tu lo voglia o meno. Tanto vale prendere la vita con distacco. Non avevo programmi a breve termine, ma non serviva farne. Mi ero rintanato in quella casetta che mi avevano lasciato i miei genitori e che fino a ieri non avevo mai sfruttato a dovere. Ma volevo fare tabula rasa di molte cose e quello era di sicuro il luogo più adatto. Il “simpatico contafrottole” questo è più o meno il significato in slang del nome Bo Diddley, è uno di quei personaggi che ha seminato molto ottenendo il minimo sindacale. Di lui non si ricorda quasi mai nessuno, perfino i testi di musica lo bistrattano e lo liquidano frettolosamente. Come fosse una rogna. Probabilmente paga per avere cambiato spesso panni e identità musicale, e non si sa come catalogarlo ma, questo è certo, la storia del rock senza le sue canzoni avrebbe avuto un altro corso. Tra il 1955 e il 1962 Ellas McDaniel in arte Bo Diddley (nome impostogli da Leonard Chess) incide il suo primo 45 giri, scrive tutti i suoi capolavori caratterizzati da un ritmo primitivo, ma anche brutalmente gioioso. I’m a Man, Road Runner, Mona, Story Of Bo Diddley, Cracking Up, Nursey Rhyme, Diddley Daddy, Who Do You Love sono canzoni che verranno riprese da Jimi Hendrix, Muddy Waters, John Fogerty, Rolling Stones, Quicksilver Messenger Service, Doors e un’altra miriade di artisti. Il creolo Diddley, nato nel Mississippi nel 1929, fu adottato dalla famiglia McDaniel all’età di cinque anni. Come è successo a quasi tutti quelli baciati dal talento, la chitarra che gli fu regalata dalla sorella quando compì dieci anni la imparò a suonare da solo e, a tredici era già all’angolo della Langley Avenue con un suo complessino. La mattina mentre andavo al supermercato notai i tanti bar che avevano aperto nella zona e le case di legno dei contadini diventate ormai grigie per effetto della salsedine. Comprai della pasta, uova, biscotti artigianali, del latte, un pacco triplo di caffè e delle verdure, qualche birra e una bottiglia di vino. Il J&B lo presi anche ma poi lo riposai nel suo scaffale. Rientrai e mi feci una doccia, restandomene un bel quarto d’ora seduto sotto una cascata di acqua tiepida. Mi lavai i denti e mi rasai abbastanza velocemente. Dopo, mentre mi rivestivo, osservai dalla finestra del salone la spiaggia ancora vuota. Preparai il caffè, ascoltando una cassetta degli Zeppelin che avevo registrato anni prima per portarmela in macchina. “Polvere e Diamanti” lo avevo chiamato quel nastro, perché a quel tempo avevo l’abitudine di dargli un titolo, ai miei nastri. Questa è la sequenza dei brani sul lato A: Travelling Riverside Blues, Ramble On, Immigrant Song, Going To CaliforniaWhen The Levee Breaks, The Rain Song, The Battle Of Evermore, Over The Hill And Far Away, Misty Mountain Hop, Babe I’m Gonna Leave You. Dovevo cercare la regolarità, pensare pensieri normali, non potevo seguitare a essere un disadattato, un cavaliere errante, uno che rincorreva ancora quegli spiriti furiosi che gli danzavano nella testa. Uscii di casa e feci una lunga passeggiata sulla spiaggia che tra non molto si sarebbe animata da decine di famiglie con bambini e ombrellone a seguito. Mal sopportavo l’ipocrisia della gente e quelli che non si volevano annoiare mai. I Quicksilver Messenger Service nacquero per volontà di Dino Valenti, un folk singer già affermato della bay-area. John Cipollina e Terry Dolan lo incontrarono nel 1963. Valenti, innamorato della musica dei Jefferson Airplane, Beatles e Grateful Dead, si era stancato di suonare da solo e stava cercando di mettere su una rock-band. Dal momento che era alla ricerca di musicisti, quei due tipi davvero bizzarri facevano al caso suo. Dino spiegò quale era la sua idea al gruppo… voleva includere anche due ragazze al tamburino che si dovevano anche vestire in maniera eccentrica. Stabilirono di iniziare il giorno dopo. Johnny e Terry si portarono appresso Jimmy Murray e Gary Duncan, due loro amici. Quando arrivarono tutto era pronto, gli strumenti, il manager, la sala. Mentre aspettavano che arrivasse Dino si fecero una pasticca di Lsd. Dopo una lunga attesa, finalmente, arrivò una ragazza che li informò dell’arresto di Dino. Lo avevano beccato mentre fumava marijuana, ma che sarebbe stato rilasciato entro qualche giorno. Passarono i mesi ma Dino non arrivava, perché era ancora in prigione. Nel frattempo i ragazzi conobbero David Freiberg, un amico di Valenti, anche lui uscito da poco di prigione e che suonava la dodici corde in modo eccellente ma, dal momento che David voleva suonare il basso, dopo varie e animate discussioni fu accontentato. I Quicksilver erano nati. Dino Valenti uscì dal carcere dopo un anno e mezzo, ma ormai non c’era più posto nella band. Nel marzo del 1969 esce “Happy Trails”. Il disco, eccetto Maiden Of The Cancer Moon, è il risultato di alcune registrazioni live realizzate nel 1968 nei due teatri Fillmore East e West di San Francisco, ed è la prova di quanto fosse emozionante e travolgente la Quicksilver Messanger Service dal vivo. La prima facciata è composta da una lunga suite di venticinque minuti che prende spunto da Who Do You Love di Bo Diddley per poi diventare, strada facendo, qualcos’altro, in un impasto musicale fantastico. La seconda facciata si apre con Mona sempre di Bo Diddley e, passando per la strumentale Maiden Of The Cancer Moon, si finisce con Calvary, (un pezzo scritto da Gary Duncan) e Happy Trails. C’è di tutto intinto in questo disco, svisate, arpeggi, chitarre distorte e laceranti, tocchi di acustica e improvvisazione. Un vero autentico trip sonoro. Uno dei momenti migliori del rock californiano degli anni sessanta. Stavo cercando di adattarmi alla situazione ma ero sempre animato da una profonda sfiducia verso il genere umano. Mi sedetti in un bar sotto un pergolato e ordinai da bere. Dal cestino poggiato sul tavolino presi dei fazzolettini e mi asciugai il sudore sulla fronte. Il cameriere mi allungò il bicchiere gelato con la vodka alla pesca che mandai giù in un botto, solo per il gusto di sentirmi le budella bruciare. Non mi andava d’ingannare nessuno, ma ogni domanda che mi facevo restava senza risposta, e questo non era un buon modo per andare avanti. Pensieri cupi si accavallarono nella mente mentre rientravo a casa. Il nome The Byrds in americano non ha alcun significato razionale, invece il suono dei Byrds rimane ancora oggi un mistero. Innovatori, eccentrici, geni, alieni chi lo sa. Forse solo musicisti. Nell’estate del 1964 Jim McGuinn stava suonando al Troubadour di Los Angeles e si stava divertendo improvvisando imitazioni delle canzoni dei Beatles. Seduto tra la folla c’era Gene Clark, un ragazzo apache del Missouri a cui quell’esibizione fece venir voglia di formare una rock’n’roll band. The Jet Set, con al basso David Crosby, incisero due brani sulla raccolta “Early L.A.”, pubblicata dalla casa discografica ElektraMcGuinn, Clark e Crosby, giusto per affinare l’intesa, si esibirono in qualche locale dove reclutarono un virtuoso del mandolino, un certo Chris Hillman, e un batterista alla sua prima esperienza, Michael Clarke. Dopo un periodo in cui si chiamarono The Beefeaters, il gruppo prese il nome di The Byrds. Con la produzione di Jim Dickson incisero ai World Pacific Studios l’album “Preflyte”, che vedeva composizioni scritte da Clark, McGuinn e Crosby. Per la prima volta una band di rock eseguiva canzoni di musica folk e questo cambiò le cose per sempre nel rock’n’roll. Mr. Tambourine Man è il brano di Dylan che li avrebbe, da lì a breve, catapultati nel mondo delle rockstar. La notte del 20 agosto 1965 le FM’s di L.A., San Francisco e San Diego iniziarono a trasmettere le loro canzoni due volte ogni ora. Ho avuto sempre un debole per Gene Clark, uno che voleva starsene lontano dal caos e che non voleva essere una rock’n’roll star. Il pomeriggio la strada sterrata vicino casa era inondata da un sole incredibilmente luminoso. Il ventilatore sul tre piedi ruotava cigolando. Quando ci stavano i miei genitori era una casa aperta a tutti. Per questo loro ci tenevano così tanto. Gli era costata molto economicamente, ma ne era valsa la pena. In tutte le stanze c’era ancora qualcosa che parlava di loro. Quella notte avevo dormito molto e mi sentivo migliore. Era un pomeriggio caldo e senza particolari pretese. La vita non mi aveva fabbricato felice…  e in qualche modo sarei sopravvissuto.

sabato 11 novembre 2017

Ombre Lunghe

E’ davvero piacevole un posto nuovo. Ci vuole un po’ perché la gente impari a conoscerti ed è di questo lasso di tempo che conviene approfittare per godersi un po’ la vita, perché dopo, statene certi, si daranno da fare per trovare un modo per fottervi. Gira e rigira, scopriranno la via da dove è più facile ferirvi. Il motel sulla strada 61 era messo male, sembrava cadesse a pezzi per come era ridotto ma ero troppo stanco per proseguire. Nel buio pesto della notte posteggiai l’auto ed entrai. Il proprietario, seduto dietro un bancone scalcinato, mi osservò attentamente e con fare indisponente mi chiese i documenti. “Dall’aspetto mi sembri un musicista”, disse, “sei venuto nel sud per il blues, vero?” e prosegui “quella tiritera è una rottura di coglioni, dopo due tre pezzi diventa noiosa sia ascoltarla, che suonarla. Lasciatelo dire da uno che se ne intende. Tutto il mondo adora i Beatles anche quel pazzo di Charles Manson, quella sì che è musica!”. Doveva appartenere al Ku Klux Klan meditai, per cui restai in silenzio. Dalla sacca da viaggio estrassi il portafoglio e mi avvicinai al bancone. Sotto la luce fioca della lampadina gli tesi un documento e lo scrutai. Era sulla cinquantina di corporatura media. Portava capelli lunghi incanutiti, divisi da una riga nel mezzo, che gli ornavano degli occhietti chiari ed un naso acuminato. Il suo abbigliamento era anonimo come quello di un impiegato delle poste o del catasto, ma aveva dipinta sul volto un’espressione che esprimeva tutta la sua ostilità. Quella faccia mi ricordava qualcuno che avevo intravisto di sguincio tempo addietro in una piccola foto. Qualcuno che, come lui, allora avevo catalogato come una vera faccia di cazzo. Firmai il foglio delle generalità e agguantai la chiave della camera. Quando girai le spalle il tizio mi mormorò qualcosa dietro. Ero talmente stanco che avevo solo voglia di dormire e feci finta di nulla. In un pericoloso e pittoresco quartiere chiamato Deep Ellum a Dallas in Texas nel 1920, accompagnato da un adolescente T-Bone Walker che gli regge la lattina per le offerte e custodisce gli incassi, si aggira suonando agli angoli delle strade il cieco bluesman Lemon Jefferson. Non temete gente avvicinatevi ad ascoltare quest’uomo. Non vi restituirà lo sguardo i suoi occhi sono solo bulbi, ma è con il cuore che vi parlerà”. La sua tazza ogni giorno si riempie di elemosina, straripa di soldi, fa buoni affari quest’uomo rissoso, puttaniere e ubriacone… è lui il primo cantautore della storia del blues ed è dotato anche di una grande abilità nel suonare la chitarra. Disegna fraseggi irregolari dilatando l’assetto ritmico della canzoni e costruisce complicate strutture armoniche. Sa anche improvvisare, arricchendo il suo blues con accenni jazzistici. La sua voce, poi, è alta e chiara, ha vigore, proviene direttamente da quei binari dell’anima raschiati dal dolore.
O la sua strada è oscura e solitaria. Non guida nessuna Cadillac. O la sua strada è oscura e sacra. Non guida nessuna Cadillac. Se quel cielo gli serve come occhio. Allora la luna è una cataratta (Nick CaveBlind Lemon Jefferson).
Quando non hai più niente da perdere puoi incominciare da dove vuoi. La strada è lì che aspetta. Memphis Slim lo aveva cantato che ”devi piangere un poco, morire un poco” per capire cos’è il blues. Colpi di pistola, bottiglie di bourbon, case abbandonate, desolazione, vecchi bar, cocci di vetro, viali alberati, muri scrostati. Polvere e cielo. Chitarre da due soldi, melodie soffocate in un lamento notturno. Due monetine, una è per te, una è per i sogni. Tre anni bastarono a Lemon Jefferson per diventare uno dei musicisti più importanti del country blues. Un centinaio di titoli, registrati tra il 1926 e il 1929, lo fecero assurgere a cantante di successo nell’America dei neri insieme alle regine di quel tempo Bessie Smith, Gertrude Rainey e Ida Cox. Fu anche il primo, insieme a Gertrude Rainey, a figurare sull’etichetta dei suoi dischi. Pur cieco, Lemon Jefferson trovò sempre la strada di casa… ma non la notte in cui si perse in una tormenta di neve e morì. Di lui ci restano le sue canzoni e quell’unica foto arrivata fino ai nostri giorni che ci mostra un uomo robusto di età indefinibile con gli occhialini da vista su due pupille agghiacciate dal buio. La sera dopo il mio arrivo me ne sono andato per come sono arrivato, da quel motel e dal signor Charles, un vero uomo bianco del sud. Uno con una voce tremenda, che ogni volta che apriva bocca sparava cazzate. Glielo dissi sull’uscio della porta prima di sparire. “Quando ti viene il blues è il cuore che parla; veda di trovarlo da qualche parte, il suo, signor Charles! Perché io questa notte ho una stella nel cielo che mi segue, che brilla e, nascosti da qualche parte nell’oscurità, ci sono pure due occhi che mi guardano e mi fanno luce… e se la luna è nel rigagnolo, io non ho paura, signor Charles! No, non ho paura, c’è il cieco Lemon Jefferson accanto a me”.
Sorse il gran vecchio sole del mattino. Lunghe erano le ombre degli alberi. Proprio dal ramo a cui avevo appeso la chitarra
(Nick Cave – Blind Lemon Jefferson).
Sono dentro un sole accecante, in un giorno vestito d’estate, anche se sono i primi di maggio. Mi ero riempito gli occhi e l’anima di vento e polvere e avevo guidato tutto il tempo, accompagnato dal blues suonato da un bianco. Un vocalist, ma anche bassista e armonicista, un certo Paul Williams. Il tizio possedeva un buon pedigree, aveva suonato con Alexis Korner e Georgie Fame prima di far parte dei Wes Minster Five, un gruppo che suonava R&B. Nel 1964 fece parte della Big Roll Band guidata da Zoot Mooney, con cui registra due album. Poi sostituisce John McVie nei Bluesbreakers, quindi per un paio di mesi suona con il grande John Mayall. Dopo, fa altre cose, più o meno importanti, fin quando nel 1973 registra “In Memory of Robert Johnson”. Il manager dei Kinks, Nigel Thomas, gli supporta il progetto, mentre la casa discografica svedese Sonet accetta di registrare l’album. Nel disco ci suonano fior di musicisti: Bob Hall al piano, Glenn Campbell alla steel guitar, Spencer Davis, Alun Davies, John Mark e Mick Moody alle chitarre e Pat Donaldson al basso. Paul Williams si mette sulle strade del diavolo con umiltà e passione, sapendo bene che c’è un abisso tra lui e quel nero, che non potrà mai agguantarlo e, tuttavia, il blues che ne esce fuori suona sincero e penitente, la sua voce graffiante ha energia e creatività, che quasi mi vien voglia di abbracciare il mondo e andarmene in paradiso… ma sono solo e sperduto qui nell’inquieto Delta.
“Ci ho delle pietre sul mio passaggio e scuro come notte è il mio tracciato.” (Robert Johnson  – Stones In My Passway).
Mi fermo alla pompa di benzina per fare il pieno, prendo anche un caffè dalla macchinetta a gettoni e scambio quattro chiacchiere con il benzinaio. Dopodiché me la filo tuffandomi su una strada che spiana la strada. Sembra che ce le siamo sposate le nostre pene, non le molliamo mai… e allora si finisce anche per amarle un po’. La musica di
Big Bill Broonzy riempie l’abitacolo, il suo blues, anche se non è straziante come quello di Lemon Jefferson o di Son House, non ha nulla di meno. Broonzy canta con voce tonante e dolente. In più, ha quel riso amaro che ti vien fuori quando ti senti oppresso. Se è vero che le nostre verità le troviamo solo di notte, è anche vero che alle volte non ci accorgiamo neppure di cosa siamo diventati e di come il tempo ha cambiato tutte le nostre prospettive. Frank Broonzy era un diacono della chiesa battista ed era severo con i suoi figli, non permetteva loro di pescare di giocare a biglie la domenica né, soprattutto, di cantare il blues. Se avesse saputo che suo figlio un giorno sarebbe diventato un chitarrista del diavolo, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Affinché questo non accadesse e per dissuaderlo da ogni tentazione, gli raccontava spesso la storia di un ragazzo che si era seduto sui gradini della chiesa a fischiettare il blues. Un uomo gli si era avvicinato rimproverandolo e con il dito teso gli aveva detto ragazzo, domani sarai di nuovo su questi gradini, ma non fischierai. Il giorno dopo il giovane fu trovato morto su quegli stessi scalini. Accidenti… è bastato un attimo di distrazione che sono finito su una strada secondaria che sobbalza, si ingobbisce, s’inerpica. Una di quelle strade in terra battuta, piena di sterpi, che costeggia un torrente completamente asciutto… e non so perché adesso mi sento finalmente libero mentre vago sotto i cieli del Sud. Aveva fatto il bracciante Big Bill e guidato il mulo mentre attorno a lui l’atmosfera era stracarica di musica. Quando un violinista chiamato See-See Rider gli fece ascoltare delle canzoni rurali, gli si accese dentro il fuoco sacro del blues. Dall’esempio di quel musicista anche lui si costruisce un violino, utilizzando una scatola di sigari e, con una più grande, una chitarra e inizia a strimpellare le canzoni che See-See Rider gli insegna. Suona di nascosto alla sua famiglia ed è costretto a occultare gli strumenti sotto le assi del pavimento perché sua madre voleva che diventasse predicatore. Se non ci fosse stato Big Bill Broonzy, molti neanche se ne sarebbero accorti dell’esistenza del blues. Young Big Bill Broonzy 1928-1935″ è la più bella collezione di canzoni di questo magnifico chitarrista, troppe volte bistrattato solo perché il suo eclettismo musicale era di difficile categorizzazione e, se qualche volta, come è capitato, ha ecceduto nelle moine musicali, è stato solo per la paura di rivivere la grande povertà che lo aveva segnato. Sfido chiunque a fare il contrario. Il Delta non è solo un posto geografico, è pure uno stato dell’anima. Questo penso nel momento in cui sto attraversando una Ghost Town, fatta di sole cinque case. Il cielo è diventato grigio e, ad un tratto, mi prende uno strano smarrimento. Allora ripenso a quello che mi ha detto un giorno Jack, il mio vecchio amico Kerouac: ”viviamo per desiderare, così io desidererò, e scenderò giù verso altri luccichii altrove. Il diavolo possiede tutti i trucchi per tentarci. Se si vivesse così a lungo da conoscerli tutti, quei trucchi, non si saprebbe più dove andare, per ricominciare con la felicità. Avevo ancora molta strada da fare, camminando nell’inquietudine. Con la polvere negli occhi e i buchi nelle scarpe.
“Ho appeso al chiodo i finimenti. La vecchia tuta ho gettato via. Ho detto addio alla vecchia zappa. Big Bill non tornerà mai più.” (Big Bill Broonzy).

Bartolo Federico

sabato 28 ottobre 2017

Beautiful Loser


C’ero finito per caso in quel posto di anime sperdute, l’unico aperto a quell’ora della notte. Un caffè con due grandi ventilatori sul soffitto, e un vecchio flipper messo in un angolo. Sorseggiando un whisky allungato con acqua, guardai la ragazza con cui mi ero incrociato uscendo dalla toilette. Nel bagno si era rifatta il trucco e sistemata l’acconciatura, poi con aria spavalda aveva attraversato la sala e si era seduta sullo sgabello del bar, proprio davanti al bancone. Guardando dritto negli occhi il barman, ordinò da bere appoggiando i gomiti sul ripiano di marmo. Il barista in una coppa che tirò fuori dal frigo ci versò due terzi di vermouth dry, un terzo di kirsch, ci aggiunse un cucchiaino di granita, e le allungò il suo bicchiere di Jack Rose. Si beve per svariati motivi. Per la paura del presente, del futuro, per smorzare l’ansia, o come anestetico. Ci sono però anche quelli più imprudenti, quelli che bevono per il piacere di bere. Gente che non si crea nessun senso di colpa, come quella donna lì. Smorzai gli occhi nel momento esatto in cui una fitta al collo mi fece mancare il fiato, e presi a massaggiarmi delicatamente la nuca. Era da giorni che pioveva in città per il passaggio di una perturbazione africana, e l’umido aveva riacutizzato i miei disturbi alla cervicale. La ragazza terminò di bere, si alzò e si avviò lentamente verso l’uscita, cosa che fecero in contemporanea anche altri due clienti. Non appena fuori si fermò davanti al lampione che stava proprio di fronte all’ingresso, si girò verso il barman e scambiandosi un occhiata di complicità, scomparve nel buio. Abito al secondo piano di un palazzo di colore giallino, l’appartamento è di tre stanze. Sulla mensola della cucina ci ho messo una radio che ogni tanto accendo, quando i miei vicini si mettono a litigare. Deniz Tek è una leggenda del rock, almeno per quelli che musicalmente sono cresciuti nel buio dei garage, o nelle cantine maleodoranti. Un chitarrista che nel 2013 con “Detroit” ci aveva raccontato della sua città, regalandoci un disco bellissimo e imperdibile, rinverdendo quel suono caro a tutti gli orfani di quella banda di rocker che ti levava il silenzio dal cuore, che erano i suoi Radio Birdman. In questi anni di crisi mondiale Detroit è diventata una città fantasma con i suoi capannoni immersi nel degrado urbano, con i quartieri periferici sconfinati abitati da persone in preda alla disperazione più cupa, e abbandonate in un declino economico e occupazionale che sembra non trovare argini. Colpito profondamente da quel disagio sociale Deniz Tek, ha scritto quelle canzoni, per offrire un seme di speranza e di rinascita alla sua gente. Quel disco gli ha dato nuova linfa, e anche quella forza per andare avanti, e tuffarsi in nuove avventure. Mean Old Twister” disco uscito nel 2016, lo conferma con dodici brani in cui sparge il suo credo, e placa le sue ansie con una musica che inquieta e fa ribollire il sangue, di una nuova voglia di trovare una generazione disposta a riempire quel vuoto nel rock, che si sta allargando a dismisura. Un pugno di canzoni adatte a chi ha fatto della strada, il suo regno. Le novità sono un sax e certe ballate notturne, che mettono i brividi. Adesso le strade di Detroit sono più pericolose di un tempo, e le zone critiche si sono allargate a dismisura per tutta la città. Gil Scott-Heron lo aveva cantato nel lontano 1977, che cominciavamo a perdere The Motown. Detroit è stata la città della General Motors, della Chrysler, GMC, Chevrolet, ma anche del soul, del rock’n’roll, del garage rock, del proto-punk. Bob Seger, Commander Cody And His Lost Planet Airmen, Al Green, Diana Ross, Hank Ballard, The Four Tops, Martha Reeves And The Vandellas, MC5, The Stooges, Alice Cooper, Ted Nugent, Funkadelic, Suzi Quattro, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Smokey Robinson And The Miracles, The Falcons, Jackie Wilson, Aretha Franklin, John Lee Hooker, The Knack, Grand Funk Railoard, Del Shannon, ed il burbero e scontroso Mitch Rider, sono una parte di tutti quei musicisti che provengono da quell’area geografica. Ho spostato la radio sopra una pila di libri. Dopo mi sono messo a fare le pulizie. Chi come Mitch Ryder è cresciuto ascoltando Sweet Jane, Subterranean Homesick Blues, Like A Rolling Stones, CC Rider, Rock’n’Roll, Soul Kitchen, Good Golly Miss Molly, Gimme Shelter, War, Heart Of Stone, House Of Rising Sun, On The Road Again… è di certo uno che ha il cuore al posto giusto. Nei primi anni sessanta, pur giovanissimo, se ne andava in giro con quelle canaglie dei Detroit Wheels, cantando con quella voce aspra che si ritrova, musica R&B e soul. Mitch Ryder Iniziò come tanti a suonare per non finire prigioniero dentro una fabbrica… oggi che quel lavoro appare come un miraggio. Per via del suo carattere che non gli ha fatto accettare compromessi che lo avrebbero sicuramente spedito diritto dentro le hit-parade, è rimasto ai margini ad arrancare.Alle volte, nei pugni che la vita ci riserva e che ci sconcertano, c’è racchiuso un dono. Quando le speranze di rivederlo in giro si erano spente sbucò John Cougar Mellencamp, che lo tirò fuori da sotto quella pioggia torrenziale in cui era finito. La copertina di Never Kick A Sleeping Dog” del 1983 è uno scatto che lo riproduce come un bastardo selvaggio, come il Marlon Brando di “Fronte Del Porto”, e questo dà subito indicazioni sul contenuto del disco. Il leone di Detroit sigaretta tra le dita, carte da poker gettate sul tavolo, e uno sguardo di chi non è abituato a piangersi addosso ti guarda dritto negli occhi, fiero di ruggire un blue-collar rock senza compromessi. Cantando canzoni che ti fanno correre a perdifiato, Mitch aspetta solo che calino le tenebre per dilatare il petto e spremere il dolore, gonfiandosi di rock’n’roll su qualche scalcinato palco di periferia. Ritornai in quel bar il sabato sera. A mezzanotte passata, quattro ragazzi entrarono nel locale. Li guardai con aria assonnata sotto la luce smorta.  Una pioggia velata veniva giù dal cielo, la osservai da dietro il vetro sporco di manate e polvere appiccicata e mai tirata via. Quando ero ragazzo mi piaceva guidare lungo le strade senza una meta da raggiungere, nel caldo soffocante, come nel freddo pungente. Erano i giorni del coraggio, e della passione incontenibile di un sognatore, che osservava la vita da un’altra angolazione. Me ne stavo ore sotto il muro del torrente a fissare i rami dei rampicanti attorcigliarsi tra loro, con le lucertole e le formiche a passeggiarmi sulle dita delle mani, pensando che ce l’avrei fatta ad uscire dal grigiore della mia vita di periferia, e niente mi scoraggiava. Neanche quelle nuvole nere sparse nel cielo. Adesso quei bambocci dall’aria insolente, e di sfida dipinta sul volto, se ne stavano anche loro nel vento ululante. Li guardavo ed era come se mi rivedessi. Erano arroganti come lo ero stato anch’io, per riuscire a fiutare le menzogne di chi trama nell’ombra. Ancora non lo sapevano che conviene viaggiare sottovento, perché quanto meno si ha una speranza di salvezza. Quella sera ero ritornato in quel posto con il desiderio segreto di rivedere quella ragazza dai capelli rosso henné, ma non era venuta. Sprofondato nel mio angolino, avvertii da subito una certa tensione tra il barista e quei tizi. Il più duro di loro portava una montatura d’occhiali gigante, e anche se era ancora un ragazzino aveva davvero un’aria minacciosa. Fiutando l’aria mi alzai dal mio posto e mi avvicinai al barista, prendendo a conversare con lui. Anche Bob Seger nei primi anni settanta aveva un aria da ribelle con quei capelli lunghi e lisci che gli cadevano sulle spalle, e quello sguardo denso e fiero, mentre cantava dei bisogni del sottoproletariato, e del duro lavoro in fabbrica. Se lo poteva permettere Bob Seger perché anch’egli proveniva dalla miseria dei sobborghi di Detroit, ed era uscito da quelle strade con l’intento di svegliarsi per sempre da quell’incubo che lo circondava. Voleva solamente salvarsi l’anima suonando un rock caldo e sanguigno, intriso di soul e cantato con una voce forte e coraggiosa, che da sola valeva il prezzo del biglietto di un suo concerto. In Italia Bob Seger è sempre stato detestato e ignorato dai più, quasi deriso ma Live Bullett” un doppio long-playing contenente uno show tenuto a Detroit nel 1975, ( ma pubblicato nel 1976) che ti fa balzare in piedi per il calore e la forza che ha il suo rock selvaggio, e per quella versione pazzesca di Nutbush City Limits, una hit di Ike & Tina Turner. Sul palco insieme a lui c’è la Silver Bullett Band, (niente da invidiare alla più famosa E Street Band). Un gruppo di musicisti eccellenti e versatili, suonano una sequenza vertiginosa di canzoni che sono un alternanza di suoi successi, e cover straordinarie. Musica che ha avuto una forza d’urto dirompente per molti ribelli di strada. Meravigliosi perdenti, gente fradicia di sudore e di whiskey, che per un brivido sulla pelle avrebbe fatto qualunque cosa. Anche scalare le porte dell’inferno. Ero un po’ brillo quando m’incamminai per far ritorno a casa. Rimuginai che avevo ancora paura dell’ignoto, e che ero stato uno che da sempre aveva combattuto contro i propri demoni, restando in bilico su quella impercettibile linea di sbarramento che passa tra la luce e le tenebre. Che poi non è altro che la via che punta dritto al cuore, all’anima più profonda, dove vi è relegato quello che non abbiamo ancora saputo di noi. Conducevo silenziosamente la mia battaglia fra il bene e il male, fra pazzi e saggi, non sapendo niente di entrambi. Non comprendendo neanche dove collocarmi in questa assurda lotta. Era una serata non troppo fredda, segnata da strane luci nel cielo. Aveva smesso di piovere per cui mi sedetti sui gradini del porticciolo e, guardando la città attraverso una nebbiolina d’umido, me ne restai lì in silenzio, aspettando l’alba di un nuovo giorno. Rock’n’roll never forgets.

Bartolo Federico

venerdì 13 ottobre 2017

Non Fate Prigionieri


Il traffico scorreva lento lungo l’arteria principale e Coney Island Baby una canzone di Lou Reed, risuonava da qualche parte nella mia testa. “Là nel buio accadono cose terribili che ti cambiano per sempre” disse il ragazzo… e prese a raccontargli di quando a quel concerto quegli assassini entrarono sparando all’impazzata sugli spettatori. Ai primi colpi restai immobile, pietrificato dalla paura. Poi non sapendo cosa fare mi gettai a terra, e caddi sopra il corpo di una ragazza che invece era stata centrata dalle pallottole. Mentre con gli occhi chiusi mi fingevo morto, il suo sangue caldo prese a bagnarmi il viso, per poi lentamente colarmi lungo il collo, come una lacrima. Quando gli spari cessarono mi alzai e vidi intorno a me centinaia di cadaveri, e macchie di sangue dappertutto. “No, non si può morire in quel modo osservò la ragazza… e con un gesto materno gli cinse un braccio. “Siccome non ho mai creduto alla versione ufficiale dei fatti” continuò il ragazzo, “da quella sera ho sempre alimentato un dubbio. Poiché uno ne trascina altri, non faccio che tormentarmi. Restano troppi lati oscuri… e non sapremo mai la verità. Parigi quella notte sembrava davvero un cumulo di brillanti spenti” e l’affermò mantenendo un tono calmo. Al bar assistetti per caso a quel dialogo. Ero seduto accanto a quella coppia e, quando capii di cosa stavano parlando, origliai volutamente. Poi a tarda notte, rientrato a casa, colpa di quella smania che mi aveva reso nervoso e pensieroso, continuai a bere. Nel tempo ero diventato uno di quelli che avrebbe voluto vivere senza fastidi, senza preoccupazioni ma, finché si è vivi, bisogna mettere in conto che ti succedono cose che non vorresti. Cose che ti colgono di sorpresa, e ti lasciano ammutolito e lacerato. Nessuno sa cosa ne sarà di noi. Mi alzai alle prime luci dell’alba e spensi la radio che era rimasta accesa, poi andai in bagno a vomitare. Invecchiando anche l’alcool mi dava problemi. Faceva cumulo con quelle crepe che continuavano ad aprirsi dentro di me. Così quell’onda gelida che spesso mi assale, fece la sua comparsa nel primo sole del mattino. Continuavo a non capire come avevo fatto a bruciare quel poco di talento, che in fondo pensavo di avere. Ero andato alla deriva naufragando lentamente, senza metterci nemmeno troppa fatica… ma non era il momento di fare inventari, e riposi sul giradischi “Take No Prisoners”, un doppio live di Lou Reed registrato al Bottom Line di New York, nel 1978. Un disco pieno di rabbia e caos. Musica splendida e travolgente, libera di andare dove gli pare. Un Lou Reed austero, acido, iconoclasta, che canta canzoni ombrose, acconciate con nuovi mascheramenti. Canzoni che sanno di cera e plastica bruciata, che portano dentro di sé quel dolore che non va mai via. Questo disco traccia un nuovo ritratto della sua complessa personalità. Alle volte sembra di essere precipitati dentro un night club, altre in mezzo a gente che sotto palpebre cadenti ha occhi maligni. Ma è la sua voce che echeggia nel cupo della miseria metropolitana, negli sguardi dei tossici che la notte insegue con occhi inceneriti, e di quella bambina preda del buio che in pantaloncini corti e maglietta scollata sulla schiena, cerca quello che è rimasto di lei. Solo guardando in basso si scopre la verità, il reale significato della vita. Il male per Lou Reed resta sempre fuori dalla luce del sole. Per farla breve ho il morale a terra, ma mi comporto come una persona normale. Vado a lavoro, parlo, ascolto. Voglio continuare a dare agli altri, l’impressione di essere perfettamente integrato… ma è vero il contrario. Mi sento sommerso sotto tonnellate di pioggia, annaspo e vaneggio, mentre mi dirigo verso non so cosa. Avendo in qualche modo imparato a riconoscere le bugie, non mi fa più neanche tanto male… e poi ho sempre i miei dischi e alcuni libri, come ancore di salvataggio.
Ricorda che la città è un posto divertente. Qualcosa come un circo o una fogna. E adesso, la città è una fogna per me, tesoro.
(Coney Island Baby)
I segni delle sconfitte alle volte non vanno via. Facciamo finta di non saperlo, ma andiamo tutti quanti verso gli stessi posti, facciamo le stesse cose, che qualcuno prima di noi ha già fatto… e allora perché spargiamo tutto questo dolore? Perché non ci meravigliamo più di nulla? Invece ce ne restiamo da soli avvinghiati a quelle cose che ci hanno ferito profondamente, lasciandoci attoniti con la testa sul cuscino. Sembra strano ma quando eravamo deboli, eravamo forti… e in quei giorni che abbiamo cercato di tenere tutto il piacere del mondo stretto nella morsa delle nostre dita, di approfittarne quando ancora il presente, il futuro, il passato, non erano niente e, a quelle parole che rotolavano dentro di noi, gli siamo andati contro e le abbiamo sfilacciate, ammucchiate, e nella notte dato fuoco, mentre c’incendiavamo di musica. Fin quando stremati lo abbiamo confessato all’alba di un giorno qualunque a questo stupido mondo, che era proprio quello stupore che stavamo cercando. La vita è piena di delusioni, di sogni rancidi, di profili sbiaditi, di amori fasulli, di merda e morte ma, tutto sommato, la speranza non costa nulla. Non riesco a farmela passare però quest’angoscia, che mi fa sentire un relitto. Non posso pensarci a come sarà stato. A come si saranno sentiti quei ragazzi al Bataclan, mentre gli sparavano addosso. Mi ha cambiato per sempre quella notte, quel rantolo d’umanità che serbavo me l’ha portato via. Penso a tutte le occasioni che si sono persi alle cose che non riusciranno a fare, perché qualcuno in nome di non si sa che cosa, si è preso il loro tempo. Una volta la terra è stata un paradiso terrestre. La mia cucina è in miniatura e dà su un piccolo cortiletto sporco e pieno di vecchie cose arrugginite, accatastate l’una sull’altra.
Un motore diesel, dei copertoni, un manubrio. Fusti di latta, scatole di polistirolo, sopramobili, un portacenere di marmo, un quadretto con foto in bianco e nero. Ferri da stiro, un campanello elettrico, caraffe di legno, quel che resta di una macchina per cucire, un paraurti, delle scatolette di cibo per gatti”. Un cane arrotolato su se stesso, dorme sempre a ridosso di quella catasta. Nella tromba delle scale del palazzo da ragazzo giocavo a carte, bevendo succo di pera mischiato a gin. Presi una birra e accesi lo stereo. Con mio fratello da bambini giocavamo ad ammazzare gli scarafaggi che passavano sul davanzale del balcone della cucina. Un pomeriggio né contai più di cinquanta. Ero cresciuto in quel quartiere dove conoscevo tutti, e in qualche modo in quel luogo mi sentivo al sicuro ma, adesso, molte cose sono cambiate. C’è stato un tempo in cui la terra promessa per il rock era la Francia. Parigi ha accolto tutti quei bastardi e ribelli che il sistema discografico cacciava a pedate: troppo liberi, tosti e anarchici, per il “music business”. Gente che ricordava a tutti quanti, che il rock’n’roll è roba da usare con cura. Accadeva a ridosso del 1980 quando il punk, la più grande rivoluzione culturale di massa, si stava spegnendo sotto le grandi luci del mondo, che due amici, Patrick Mathé e Louis Thevenon, gestori del negozio di dischi Music Box e della piccola etichetta Flamingo Records, decisero di trasformarsi in New Rose Records, etichetta che prese il nome da una canzone dei Damned. Tra nuove band e gruppi musicali francesi la New Rose ha dato un’opportunità a questi fuggitivi del rock: Willie Alexander, Alex Chilton, Sky Saxon, Roky Erickson, The Real Kids, Charlie Feathers, Tav Falco, True West, Calvin Russell, Gun Club, Dead Kennedys, Cramps, Green On Red, Giant Sand, The Primevals, Alejandro Escovedo, Bo Diddley, Alvin Lee, Robert Gordon, Elliott Murphy The Slickee Boys, Paul Roland, Dr Feelgood, That Petrol Emotion, The Chesterfield Kings, Maureen Tucker, The Inmates, Percy Sledge, Johnny Thunders l’anima maledetta delle New York Dolls, e altri ancora. Il rock della New Rose ha i denti macchiati di sangue, e la faccia spigolosa. Il più delle volte soffre di nausea, e sente il corpo fluttuare. Vaneggia e barcolla, ed è costretto a mentire per restare vivo. Perché questo rock non fa tendenza, ma suona essenziale e vero. Le chitarre ringhiano e prendono fuoco in mano a quei selvaggi, con Lou Reed e Jim Morrison, attaccati nel cuore. Dietro le sbarre di una prigione qualcuno strizza gli occhi e con la mano si tocca quel rozzo tatuaggio rammendato sul braccio. “Rock’n’roll Heart” c’è scritto. Nient’altro. Stamattina quando mi sono alzato, fuori pioveva. La pioggia picchiettava sulla veranda noiosamente. Me li ricordo bene quei giorni, quando anch’io volevo tutto e subito. Con gli anni però ho dovuto imparare ad avere pazienza, a tessere la tela, ad aspettare il momento propizio… ma non vado orgoglioso di questo. Perché le cose più belle sono quelle che hai lasciato scritto da qualche parte, sul muro dei ricordi. Un caldo e umido pomeriggio di settembre, io e lei in una piccola stanza d’albergo. La radio accesa che suonava Coney Island Baby. Abbiamo fatto l’amore con voracità e trasporto standocene aggrappati l’uno all’altro, come ad uno scoglio. Poi abbiamo dormito a lungo. Lei aveva diciannove anni, io venti… è sempre quello che non hai previsto che ti mette al tappeto.

Bartolo Federico