venerdì 13 ottobre 2017

Non Fate Prigionieri


Il traffico scorreva lento lungo l’arteria principale e Coney Island Baby una canzone di Lou Reed, risuonava da qualche parte nella mia testa. “Là nel buio accadono cose terribili che ti cambiano per sempre” disse il ragazzo… e prese a raccontargli di quando a quel concerto quegli assassini entrarono sparando all’impazzata sugli spettatori. Ai primi colpi restai immobile, pietrificato dalla paura. Poi non sapendo cosa fare mi gettai a terra, e caddi sopra il corpo di una ragazza che invece era stata centrata dalle pallottole. Mentre con gli occhi chiusi mi fingevo morto, il suo sangue caldo prese a bagnarmi il viso, per poi lentamente colarmi lungo il collo, come una lacrima. Quando gli spari cessarono mi alzai e vidi intorno a me centinaia di cadaveri, e macchie di sangue dappertutto. “No, non si può morire in quel modo osservò la ragazza… e con un gesto materno gli cinse un braccio. “Siccome non ho mai creduto alla versione ufficiale dei fatti” continuò il ragazzo, “da quella sera ho sempre alimentato un dubbio. Poiché uno ne trascina altri, non faccio che tormentarmi. Restano troppi lati oscuri… e non sapremo mai la verità. Parigi quella notte sembrava davvero un cumulo di brillanti spenti” e l’affermò mantenendo un tono calmo. Al bar assistetti per caso a quel dialogo. Ero seduto accanto a quella coppia e, quando capii di cosa stavano parlando, origliai volutamente. Poi a tarda notte, rientrato a casa, colpa di quella smania che mi aveva reso nervoso e pensieroso, continuai a bere. Nel tempo ero diventato uno di quelli che avrebbe voluto vivere senza fastidi, senza preoccupazioni ma, finché si è vivi, bisogna mettere in conto che ti succedono cose che non vorresti. Cose che ti colgono di sorpresa, e ti lasciano ammutolito e lacerato. Nessuno sa cosa ne sarà di noi. Mi alzai alle prime luci dell’alba e spensi la radio che era rimasta accesa, poi andai in bagno a vomitare. Invecchiando anche l’alcool mi dava problemi. Faceva cumulo con quelle crepe che continuavano ad aprirsi dentro di me. Così quell’onda gelida che spesso mi assale, fece la sua comparsa nel primo sole del mattino. Continuavo a non capire come avevo fatto a bruciare quel poco di talento, che in fondo pensavo di avere. Ero andato alla deriva naufragando lentamente, senza metterci nemmeno troppa fatica… ma non era il momento di fare inventari, e riposi sul giradischi “Take No Prisoners”, un doppio live di Lou Reed registrato al Bottom Line di New York, nel 1978. Un disco pieno di rabbia e caos. Musica splendida e travolgente, libera di andare dove gli pare. Un Lou Reed austero, acido, iconoclasta, che canta canzoni ombrose, acconciate con nuovi mascheramenti. Canzoni che sanno di cera e plastica bruciata, che portano dentro di sé quel dolore che non va mai via. Questo disco traccia un nuovo ritratto della sua complessa personalità. Alle volte sembra di essere precipitati dentro un night club, altre in mezzo a gente che sotto palpebre cadenti ha occhi maligni. Ma è la sua voce che echeggia nel cupo della miseria metropolitana, negli sguardi dei tossici che la notte insegue con occhi inceneriti, e di quella bambina preda del buio che in pantaloncini corti e maglietta scollata sulla schiena, cerca quello che è rimasto di lei. Solo guardando in basso si scopre la verità, il reale significato della vita. Il male per Lou Reed resta sempre fuori dalla luce del sole. Per farla breve ho il morale a terra, ma mi comporto come una persona normale. Vado a lavoro, parlo, ascolto. Voglio continuare a dare agli altri, l’impressione di essere perfettamente integrato… ma è vero il contrario. Mi sento sommerso sotto tonnellate di pioggia, annaspo e vaneggio, mentre mi dirigo verso non so cosa. Avendo in qualche modo imparato a riconoscere le bugie, non mi fa più neanche tanto male… e poi ho sempre i miei dischi e alcuni libri, come ancore di salvataggio.
Ricorda che la città è un posto divertente. Qualcosa come un circo o una fogna. E adesso, la città è una fogna per me, tesoro.
(Coney Island Baby)
I segni delle sconfitte alle volte non vanno via. Facciamo finta di non saperlo, ma andiamo tutti quanti verso gli stessi posti, facciamo le stesse cose, che qualcuno prima di noi ha già fatto… e allora perché spargiamo tutto questo dolore? Perché non ci meravigliamo più di nulla? Invece ce ne restiamo da soli avvinghiati a quelle cose che ci hanno ferito profondamente, lasciandoci attoniti con la testa sul cuscino. Sembra strano ma quando eravamo deboli, eravamo forti… e in quei giorni che abbiamo cercato di tenere tutto il piacere del mondo stretto nella morsa delle nostre dita, di approfittarne quando ancora il presente, il futuro, il passato, non erano niente e, a quelle parole che rotolavano dentro di noi, gli siamo andati contro e le abbiamo sfilacciate, ammucchiate, e nella notte dato fuoco, mentre c’incendiavamo di musica. Fin quando stremati lo abbiamo confessato all’alba di un giorno qualunque a questo stupido mondo, che era proprio quello stupore che stavamo cercando. La vita è piena di delusioni, di sogni rancidi, di profili sbiaditi, di amori fasulli, di merda e morte ma, tutto sommato, la speranza non costa nulla. Non riesco a farmela passare però quest’angoscia, che mi fa sentire un relitto. Non posso pensarci a come sarà stato. A come si saranno sentiti quei ragazzi al Bataclan, mentre gli sparavano addosso. Mi ha cambiato per sempre quella notte, quel rantolo d’umanità che serbavo me l’ha portato via. Penso a tutte le occasioni che si sono persi alle cose che non riusciranno a fare, perché qualcuno in nome di non si sa che cosa, si è preso il loro tempo. Una volta la terra è stata un paradiso terrestre. La mia cucina è in miniatura e dà su un piccolo cortiletto sporco e pieno di vecchie cose arrugginite, accatastate l’una sull’altra.
Un motore diesel, dei copertoni, un manubrio. Fusti di latta, scatole di polistirolo, sopramobili, un portacenere di marmo, un quadretto con foto in bianco e nero. Ferri da stiro, un campanello elettrico, caraffe di legno, quel che resta di una macchina per cucire, un paraurti, delle scatolette di cibo per gatti”. Un cane arrotolato su se stesso, dorme sempre a ridosso di quella catasta. Nella tromba delle scale del palazzo da ragazzo giocavo a carte, bevendo succo di pera mischiato a gin. Presi una birra e accesi lo stereo. Con mio fratello da bambini giocavamo ad ammazzare gli scarafaggi che passavano sul davanzale del balcone della cucina. Un pomeriggio né contai più di cinquanta. Ero cresciuto in quel quartiere dove conoscevo tutti, e in qualche modo in quel luogo mi sentivo al sicuro ma, adesso, molte cose sono cambiate. C’è stato un tempo in cui la terra promessa per il rock era la Francia. Parigi ha accolto tutti quei bastardi e ribelli che il sistema discografico cacciava a pedate: troppo liberi, tosti e anarchici, per il “music business”. Gente che ricordava a tutti quanti, che il rock’n’roll è roba da usare con cura. Accadeva a ridosso del 1980 quando il punk, la più grande rivoluzione culturale di massa, si stava spegnendo sotto le grandi luci del mondo, che due amici, Patrick Mathé e Louis Thevenon, gestori del negozio di dischi Music Box e della piccola etichetta Flamingo Records, decisero di trasformarsi in New Rose Records, etichetta che prese il nome da una canzone dei Damned. Tra nuove band e gruppi musicali francesi la New Rose ha dato un’opportunità a questi fuggitivi del rock: Willie Alexander, Alex Chilton, Sky Saxon, Roky Erickson, The Real Kids, Charlie Feathers, Tav Falco, True West, Calvin Russell, Gun Club, Dead Kennedys, Cramps, Green On Red, Giant Sand, The Primevals, Alejandro Escovedo, Bo Diddley, Alvin Lee, Robert Gordon, Elliott Murphy The Slickee Boys, Paul Roland, Dr Feelgood, That Petrol Emotion, The Chesterfield Kings, Maureen Tucker, The Inmates, Percy Sledge, Johnny Thunders l’anima maledetta delle New York Dolls, e altri ancora. Il rock della New Rose ha i denti macchiati di sangue, e la faccia spigolosa. Il più delle volte soffre di nausea, e sente il corpo fluttuare. Vaneggia e barcolla, ed è costretto a mentire per restare vivo. Perché questo rock non fa tendenza, ma suona essenziale e vero. Le chitarre ringhiano e prendono fuoco in mano a quei selvaggi, con Lou Reed e Jim Morrison, attaccati nel cuore. Dietro le sbarre di una prigione qualcuno strizza gli occhi e con la mano si tocca quel rozzo tatuaggio rammendato sul braccio. “Rock’n’roll Heart” c’è scritto. Nient’altro. Stamattina quando mi sono alzato, fuori pioveva. La pioggia picchiettava sulla veranda noiosamente. Me li ricordo bene quei giorni, quando anch’io volevo tutto e subito. Con gli anni però ho dovuto imparare ad avere pazienza, a tessere la tela, ad aspettare il momento propizio… ma non vado orgoglioso di questo. Perché le cose più belle sono quelle che hai lasciato scritto da qualche parte, sul muro dei ricordi. Un caldo e umido pomeriggio di settembre, io e lei in una piccola stanza d’albergo. La radio accesa che suonava Coney Island Baby. Abbiamo fatto l’amore con voracità e trasporto standocene aggrappati l’uno all’altro, come ad uno scoglio. Poi abbiamo dormito a lungo. Lei aveva diciannove anni, io venti… è sempre quello che non hai previsto che ti mette al tappeto.

Bartolo Federico


Rock the Casbah



Il rock ha dato un senso a quelle mie giornate da borgata sempre uguali, e a tutti quei volti annoiati, senza speranza, senza un futuro, che erano i miei amici. Ragazzi che sono finiti per lo più a fare il muratore, il fruttivendolo, o a rubare steri nelle macchine. Certo se riuscivi ad avere la raccomandazione potevi anche ambire ad entrare alle poste, nelle ferrovie, o nelle forze dell'ordine. Comunque ti andavano le cose, eri destinato a una vita qualunque, senza grandi sussulti, senza sali e scendi pirotecnici, senza sbavature. Solo un ombra nel mondo. Quando arrivò il punk riportando finalmente, nuovamente, il rock nella strada, fu una cosa entusiasmante. C'inebriammo i sensi, e quei giorni grigi e bagnati, divennero giorni di speranza. Un nugolo di diseredati, disperati, falliti, si attaccò a quelle quattro note per cercare di sopravvivere, per cercare di uscire da quella fogna in cui vivevamo. Molti però non c'è l'hanno fatta, l'eroina li ha stramazzati al suolo. Altri hanno ceduto sotto i colpi pesanti che la vita ci riserva, e si sono suicidati. Ragazzi selvaggi con grandi e troppi sogni sotto il cappello, sempre affannati a correre dietro a nodi duri e invalicabili. Forse serviva un po’ di dolcezza, di tenerezza per resistere. Chissà. Mi mancano quei ragazzi, certo che mi mancano. Adesso però quel rock del mondo di sotto, mi sembra roba da loft, da miliardari annoiati, da borghesi piccoli piccoli, da contorsionisti delle parole, da gente che non sa che fare e allora parla di musica, come parlerebbe di un libro di Concita De Gregorio, di Gramellini, di Renzi, del Rosatellum. Cose senza senso, per me. Lo so sto diventando stronzo e noioso, allora me ne resto qui da solo ad ascoltare: Non Fate Prigionieri di Lou Reed, e faccio finta che il rock ha ancora gli occhi arrossati, e un’espressione assonnata. Che non ha smesso di fumare, non mangia bio, ed è antipatico e scontroso. Duro e rivoluzionario.


sabato 7 ottobre 2017

Anarchico Blues

Il rock è come uno sbuffo di vento dentro la nebbia. L’innocenza perduta. Ma anche il coraggio, quel coraggio di andare fino in fondo alle cose. Attraversai la stanza e rimasi fermo davanti alla libreria, mi chinai nella fila sottostante dei dischi e scartabellai le copertine. Trovai degli spartiti per chitarra infilati in una custodia, e un vecchio disegno che ritraeva lo strano profilo di un uomo con un buffo naso. Il vento fece cigolare le finestre. Mi versai qualcosa da bere in un bicchiere a palla, e me ne stetti assorto seduto sul divano. Bere alle volte migliora la visione delle cose. Non appena accesi lo stereo A Apolitical Blues s’infilò dentro la stanza graffiando e dondolando, e lo fece poco prima che quella mezza luna gialla sparisse dalla mia visuale. “Ho il blues apolitico, il più terribile dei blues” Ci sono posti perfetti per certo rock’n’roll. Come quegli hotel che sorgono nelle zone malfamate delle città, che hanno camere con le crepe nel tetto, e porte fatiscenti. Luoghi abitati da fuggiaschi di ogni risma, ma anche da scrittori e romantici dal cuore gracile, come lo fu il Willie Nile dell’esordio (1980) e di “Golden Down” (1981), due dei miei dischi preferiti di sempre. Un songwriter Nile influenzato da Springsteen e Tom Waits, che sotto la luna vagabonda di una New York deserta suona un rock poetico, elettrico e spigoloso. Quando apparve fu come una nuova luce nel cielo secco e nero, per quegli angeli vagabondi che girano la notte in cerca di un po’ di calore, e che al mattino non ricordano mai quel che hanno fatto. Posti perfetti quei motel per far venir fuori canzoni dure e piene di dubbi, ma anche ballate tenere e appassionate rivolte a chi non ha smesso di sognare. Mentre la pioggia batteva sui tetti delle case, andai in bagno e con l’acqua gelida mi lavai la faccia. Dalla finestra osservai il cielo farsi ancora più scuro, mentre dallo stereo la voce di Lowell George attaccò Dixie Chichen. Alle volte certi dischi rispecchiano il tuo stato d’animo, altri ti spingono verso le tue radici. Con i Little Feat sono diventato adulto, e ci ho regolato un sacco di conti interiori. Nei giorni in cui anch’io mi sono alzato al mattino con la gola raschiata dalle troppe sigarette, e un freddo nelle ossa che non se ne andava in nessuna maniera. Quelle canzoni sembrano ancora possedere la chiave della serratura. Non sai mai il perché questo accada ma serpeggiando, sterzando e stridendo, sanno come arrivare in cima alle scale del tuo cuore. “Sailin’ Shoes” (1972) e “Dixie Chichen” (1973) suonano quel blues&roll maledetto, che ti fa tremare come una foglia nel buio della notte. Ha con sé quel furibondo richiamo della strada che con le sue speranze e i suoi desideri, conficca gli speroni nella profondità della tua anima. Hanno il ritmo dello sferragliare dei treni, e il sapore delle cose perdute… come se tutto il sangue caldo del Mississippi, scorresse dentro il corpo di Lowell George. Poi, quando arriva Roll Um Easy, una di quelle ballate dolenti e drogate di romanticismo mistico, i falliti del mio stampo sentono di non essere soli. Il loro doppio album, “Waiting For Columbus” del 1978 registrato al Rainbow Theatre di Londra, resta ancora oggi un disco che sta sul podio dei migliori album degli anni settanta, uno di quei live che se non lo hai mai ascoltato, ti sei davvero perso qualcosa nella vita. Sul palco i Little Feat suonano stirando le versioni dei loro classici in maniera emozionante. Quello che viene fuori è una musica solida, diretta, e mai troppo innocente, come non lo è mai il blues e la malinconia. Nonostante tutto questo tesoro musicale, Lowell George è uno di quei musicisti di cui si parla sempre troppo poco… e non c’è peggio di un agonia troppo lunga, per finire del tutto dimenticati. Con l’età che avanza sono diventato debole e vulnerabile, come lo era Lowell quando devastato dai suoi vizî, nel 1979, pubblicò quel bellissimo disco solista che è “Tanks, I’ll Eau It Here” ma si era spinto davvero oltre per riuscire a venirne fuori integro. Nel maggio di quello stesso anno un attacco cardiaco si portò via un uomo sincero e vero, un musicista eccellente, un bambino sperduto nella grande terra desolata del rock’n’roll, che sapeva scrivere grandi canzoni con gli occhi e il cuore pieni di pioggia, e l’inquietudine cucita nell’anima. E’ una strada faticosa quella del rock. Non basta avere una voce o sapere suonare in maniera iperbolica il proprio strumento. Ci vuole passione, lo splendore di un rigagnolo, la visione di un risveglio, qualcosa che brucia, che cade a pezzi dentro di te. Per suonare il rock’n’roll ci vogliono uomini pieni di paura, che come granelli di sabbia sanno riempire la vita di chi li ascolta. Viviamo in un mondo dove si adorano le menzogne. Popolato da gente che si contraddice, e che sputa su qualsiasi cosa volti loro le spalle. Un mondo smarrito. Ci vuole molta pazienza per attraversarlo… ma la vita per questo ti allena ogni giorno. Nel 1974 Nick Drake morì per un’overdose di Typatasol un antidepressivo, così affermò l’autopsia. Ma forse fu soltanto il suicidio di un ragazzo che ascoltava silenzioso il ronzare del giorno che guardava il mondo con stupore e perplessità, con quegli occhi chiari che ormai erano diventate fessure troppo strette. La depressione è un’arma micidiale, e nella stanza di Nick filtrava da ogni angolo pronta a balzargli addosso in qualunque momento. Raccatta sempre una manica di matti il rock’n’roll, come i Modern Lovers, quattro fanatici ammiratori dei Velvet Underground e del rock anni 50. Il loro primo disco, “The Modern Lovers”, venne registrato nel 1973, prodotto da John Cale e vide la luce nel 1976, con etichetta Beserkley Records. Era di colore nero con scritte blu. Roadrunner era la prima canzone del disco, e suonava senza tregua nel juke-box della boutique di Malcolm McLaren. Fu adottata dal gruppo dei Sex Pistols prima che il loro “Never Mind The Bollocks”, con il suo fragore, scompigliasse il mondo del rock. Si sa che la giovinezza è un lusso e quando si è turbolenti e colmi di talento come quei ragazzi, può capitare di tutto. Col senno di poi, converrebbe a tutti noi giocarselo meglio quel tratto di vita. Nel 1974 i Modern Lovers non esistevano più, si erano già sciolti come neve al sole, per i soliti motivi per cui litiga una rock’n’roll band. Così, quando nel 1976 quel vinile arrivò nei negozi di dischi, tutti gli elementi della band erano già impegnati su nuove strade, con altri sogni sotto il cappello. Jerry Harrison si era trasferito nei Talking Heads, David Robinson aveva formato i Cars, Ernie Brooks sbarcava il lunario suonando nelle band di Elliott Murphy e David Johansen. Jonathan Richman  e i suoi amici, nel 1973, giocando a fare le stelle, scivolarono e svanirono per sempre nel dimenticatoio. Quando si è giovani si è troppo distratti, ingenui, e coglioni e non si sa che le cose possono cambiare bruscamente, in modo repentino e irrecuperabile. Tutti vogliono aver successo con la propria arte, pure i Moden Lovers che suonavano canzoni torbide, anfetaminiche, spiazzanti e convulse, che alle volte ruotavano anche su un solo assillante accordo, cercavano la popolarità; ma con canzoni che ti fanno barcollare e cadere verso l’ignoto, avvolte dentro atmosfere che tinteggiano la parte oscura della vita, non si va troppo lontano nelle classifiche di vendita… ma fu per quel suono rudimentale, noir e disadorno che negli anni a venire i Modern Lovers, diventarono fonte d’ispirazione per una miriade di band che attraverseranno i sotterranei del rock. Dalle Violent Femmes, ai Feelies, passando per i Minutemen, Pavement, Sonic Youth, Died Pretty, Jazz Butcher, Sebadoh, Gang Of Four, Pere Ubu e molti altri ancora. Tutti loro devono qualcosa a Jonathan Richman, se non altro perché questo ragazzo si è sempre rifiutato di fare parte di quel sistema usa e getta, caro all’industria discografica. Troppo duro e puro per diventare un mostro da adorare. Senza volerlo in un giorno qualunque, è andato tutto a puttane. La musica è tutto quello che ci resta. La nostra energia vitale. Se non altro non ti giudica mai. I tempi cambiano mi hanno detto, ma io non sono sicuro neanche di questo. La musica deve rimanere libera di brancolare nel buio, di contorcersi, perdere l’equilibrio, cadere e rialzarsi. Quando mi svegliai la luce fuori era ancora grigia, e la stanza silenziosa. Il mio cane mi ha visto muovermi e, battendo la coda, si è avvicinato leccandomi il viso. Mi sono alzato e ho messo la caffettiera sul fuoco. Dopo ho acceso lo stereo, e ho fatto partire una canzone che mi era tornata in mente nella notte. Frankie Teardrops dei Suicide. Dalla finestra adesso entrava un pallidissimo sole. S’incontrarono a New York nel 1971 al Project, un locale d’avanguardia culturale, Alan Vega e Martin Rev. Il primo è uno scultore, il secondo un musicista jazz. Il rock’n’roll, musica che abbatte ogni barriera, fece il miracolo di metterli insieme. Volevano fare una rivoluzione quei due, mettere gli uni di fronte agli altri. Cantavano la paura della guerra, le psicosi della vita quotidiana, le nevrosi, e la rabbia. Con un sintetizzatore, un piano, e un organo suonati da Rev, e il canto spettrale e schizzato di Vega. Il duo esordisce nel 1977 con un disco che è il più triste dei dischi punk di quel periodo. Frankie Teardrops” è una sorta di Sister Ray dei Velvet Underground, un pezzo angosciante che parla di un operaio che spara alla moglie e al suo bambino, prima di uccidersi. Finalmente la “pop art” guardava la classe operaia, e quelli che avrebbero voluto una vita meno domestica. Gente pronta a scappare da qualunque parte del mondo, se non avesse avuto una fifa da morire. Senza chitarra e batteria quest’esordio resta a mio parere il più futuristico, il più folle, dei dischi che ho sentito e amato. Ci sono cose cui solo noi possiamo rispondere… ma bisogna continuare a sognare, in un modo o nell’altro.

Bartolo Federico

domenica 20 agosto 2017

Polvere Bianca & Marrone

Bisogna stare in guardia con le parole. Con quell’aria da niente non sai mai che direzione prenderanno.
Le parole sono pericolose, si nascondono e ti fanno scricchiolare, come una lastra di ghiaccio. Le assorbi attraverso le orecchie, il cervello, e poi finiscono nel cuore; ed è lì che ti strangolano, trascinandoti nel panico. Le parole le puoi lasciare scritte sopra il bus, sulla panchina della stazione centrale, o su un sedile di un taxi. Le parole di una canzone però si possono trasformare in una tempesta violenta che mai e poi mai avresti immaginato. Lo diceva Lou Reed che bisogna tenersi due radio, nel caso una si rompa.
A lui il cielo gli era venuto giù molto presto, da quando adolescente i suoi genitori lo avevano sottoposto ad una terapia di elettroshock. I dottori per scoraggiare i suoi comportamenti omosessuali gli mettevano gli elettrodi in testa, e una cosa in gola per non fargli ingoiare la lingua. Lou Reed non si riprese mai davvero da quell’orrore. Nel 1963 ancora ventenne frequenta la Syracuse Univerity dove studia giornalismo, regia cinematografica, scrittura creativa ed è tenuto d’occhio dalla polizia per i suoi comportamenti ambigui. Onde d’oscurità lo avevano avvolto e frastornato, per questo si era defilato dalla folla, per la curiosità di andare a vedere cosa succedeva a quelle ombre che camminavano nel buio, di cui non vedeva la faccia e non sentiva la voce. Una sera mentre si stava esibendo a un party con la chitarra acustica incontra un vero Genio della Musica, il musicista gallese John Cale che era arrivato in America per studiare al conservatorio ma che invece era finito a sperimentare musica nei circuiti dei La Monte Young, John Cage e del gruppo Fluxus. A quella festa guardando quel musicista con quell’acconciatura da Riccardo III, Lou Reed capisce che il fiammifero che teneva in mano era pronto a bruciare. I Primitives sono stati la loro prima band e The Ostrich la loro prima canzone che fu pubblicata come 45 giri nel 1965. Sei mesi dopo arriva il chitarrista Sterling Morrison, e lo scozzese Angus Mc Lise, un visionario che morirà prematuramente. Cominciano a scrivere e produrre altra musica, diventando The Warlocks, e poi The Falling Spikes. Su un vecchio registratore Wollensack di John Cale, iniziano a appuntare qualcosa che somiglia sempre più a un blues malato, oscuro e inquietante. Adattarsi e improvvisare.
La felicità è il rock’n’roll, il rumore. Ci sono cose che bisogna sapere, le cose utili da obbiettare. Gli vengono fuori canzoni che raccontano di storie urbane di strada, di sesso sadomaso, perversioni… e di eroina. C’è chi li trova ancora oggi inascoltabili quei tossici imbroglioni. Nel Bronx un uomo con una giacca di pelle marrone, se ne sta seduto a terra con lo sguardo perso nel vuoto. Il sangue gli cola lungo il collo, imbrattandogli completamente la maglietta. Un tizio poco distante bombato e muscoloso, lo guarda masticando e sputando tabacco. Una Ford impiastricciata di adesivi con due ragazze a bordo percorre il vialone. Nella penombra di un appartamento un uomo alza la cornetta del telefono e compone un numero. Parlotta e riaggancia. La giovinezza è tutto. Un giro di ritornello e ti ritrovi nella nebbia. “Il segreto è resistere” gli aveva detto il boss del quartiere, un mafioso siciliano di Castellamare Del Golfo. Devi resistere un po’ più degli altri “Cowboy Billy”, così finiranno per stancarsi; ma andando avanti si diventa una schifezza e in cattiveria non è che si migliori.
Tormenti, ossessioni, rimasugli, sbavature, gocciolano lentamente sulla tua pelle, e non ti fanno più dormire. Però quando si è poveri è un dovere provarle tutte. Per fuggire e mettersi a sognare. Fu il batterista Angus Mc Lise che scovò il nome Velvet Underground, sbirciando su una bancarella di libri gli parve interessante quella rivista sadomaso, dal nome assai bizzarro. Lou e John però lo sostituirono e alla batteria fecero sedere Maureen Tucker, una ragazza dall’aspetto androgino. Andy Warhol un pittore e scultore di grande fama, li vide suonare una sera al Cafè Bizarre del Village e fu talmente rapito da quei tipi da prenderli subito sotto la sua custodia. Alla “Factory”, così si chiamava lo studio di Warhol, decisero che però era il caso di affiancare a Lou Reed una ragazza che potesse cantare le sue canzoni, una tipa bellissima che avevano conosciuto qualche tempo prima, quando era passata per lasciargli una copia del disco che aveva fatto a Londra con Andrew Loog Oldham. Christa Paffgen in arte Nico non era la solita svampita ma una che aveva carisma; e anche se non era una cantante professionista, aveva una voce profonda e buia che ben si adattava alla loro musica. Fare accettare questa condizione a Lou Reed, era davvero una cosa complicata. Fu la paziente e meticolosa mediazione di John Cale che permise quell’accordo. L’otto febbraio del 1966 prende il via l’Exploding Plastic Inevitable uno spettacolo ideato da Andy Warhol che unisce il balletto ai film, alle luci, agli happening e ai Velvet Underground. Paura, gente viziosa, dolori. Una nuova amica catturata nel buio e Lou Reed che diventa il suo prodigo amante. L’amore alle volte è una distrazione ma ci tenevano tutti quanti al lato tragico della vita. Anche la “Principessa di Ghiaccio”. C’è rabbia nei loro dischi, il sogno supremo, le femmine fatali, le venere in pelliccia, l’odio e la gelosia. Quando entrarono in scena con i loro stivali, occhiali scuri, camicie a pois, pantaloni a righini e cinturoni, si capiva al volo che stava succedendo qualcosa, si sentiva nell’aria.
Le potevi respirare quelle cose strane, quelle cose nuove. Non vi era niente dietro il vetro. Nessun sorriso e nemmeno inganni. Solo sospiri. Quelli erano ovunque. Il gennaio del 1967 vede la luce il loro primo epocale album: “Velvet Underground and Nico” prodotto da Andy Warhol. Erano passati nove mesi da quando lo avevano inciso, dato che la Verve, l’etichetta che lo aveva accettato per distribuirlo, aveva dato la precedenza alla pubblicazione del disco dei Mothers of Invention di Frank Zappa. Se cercate qualcosa di illegale, se la menzogna vi attira e della vanità non potete fare a meno, il vostro viaggio in chiaro scuro è appena iniziato. Sunday Morning, I ‘m Waiting For The Man, Femme Fatale, Venus in Furs, Run Run Run, All Tomorow ‘s Parties, Heroin, There She Goes Again, I’ll Be Your Mirror, The Black Angel’s Death Song, European Son (anticipazione di musica industriale) dedicata allo scrittore e poeta Delmore Schwartz morto nel 1966 dopo una vita di follia. Sono le canzoni scritte per tutti gli emarginati, i dimenticati del mondo. Come in una vertigine la testa prenderà a girarvi e il dubbio vi penetrerà; è qui che il rock è stato rimodellato, e rimesso a nuovo. Qui lo hanno fracassato e, mentre rantolava, l’hanno fotografato nelle sue più oscure visioni. Poi lo hanno spinto nella notte più profonda, nella poesia di cui i posteri si abbaglieranno.
Quelle due tipe sulla ventiduesima strada, dove ci vuole un sacco di coraggio solo per fermarsi, provarono una scossa tremenda mentre compravano polvere bianca e marrone. Diedero al travestito la mazzetta dei soldi che lui nascose abilmente nel reggiseno, quasi fosse un biglietto galante. La vita si riprende qualsiasi cosa, senza che tu abbia potuto capire quel che aveva da raccontarti. Era un desiderio di purezza quello che i Velvet Underground stavano inseguendo in una New York allucinante e disperata, dove il gelo della notte ti flagellava le ossa e ti minacciava di morte. Una città sempre in agguato, stretta in un dolore immenso, impallidita fino al bianco degli occhi.  La loro storia con vista metropolitana fa a pezzi tanti presunti sperimentatori. Si farebbe peccato a non conoscerli. Glaciali, acidi, disincantati. Il loro sguardo si posa su tutti quelli che ascoltano musica ma gli arriva il rumore metallico delle automobili in transito, della schizofrenia del mago cornuto, del click della pistola per la roulette russa. Della festa ingannevole dei fine settimana. Tutt’intorno e sopra il cielo c’è un rumore duro e opprimente di chitarre che girano, rotolano e gemono. C’è una rabbia in quel frastuono che ti fa rabbrividire, dalle orecchie fino ai piedi, ti agita le budella, ti dà scossoni dall’alto fino in basso. Vorresti fermare tutto ma è come sentire il tuo cuore che batte. È una catastrofe sonante “White Light/White Heat”, il loro secondo album uscito nel dicembre del 1967. Musica suonata dentro una scatola d’acciaio, così violenta da scatenare dei silenzi profondi, per quel brivido che ti scombussola. Ancora oggi, questo è il futuro del rock’n’roll. La collaborazione fra Cale e Reed tocca il suo apice. C’è una tensione tremenda in queste canzoni che fa saltare i nervi. Basta una piccola spinta e ti ritrovi nel baratro.
Sister Ray è un pezzo da diciassette minuti che sembra suonato da mille strumenti. C’è tutto dentro questa scatola magica, esaltazione, inebetimento, delirio puro. Il tempo lo mantiene ancora vivo questo disco, nella sua spasmodica frenesia. “Questa strada forse assomiglia ad un’altra” disse “Cowboy Billy”. “Non conosco nessuno in questo posto ma sto cercando di placare questa mania che ho di svignarmela. Questa sciocca angoscia che mi perseguita e mi tormenta”. Sono state scritte da Lou Reed le liriche e quasi tutte le musiche delle canzoni dei Velvet Underground. Per Lou le donne che soggiogano gli uomini al loro volere sono come un’ossessione. Donne sfuggenti, fatali, come Nico che un giorno lo pianta per andarsene con l’amico John Cale e poi semplicemente sparisce: è per questo che sono finiti i Velvet Underground, per gelosia. Lou Reed dopo una riunione con Sterling Morrison e Maureen Tucker allontana John Cale dal gruppo, che viene rimpiazzato da Doug Vule un ottimo musicista ma non un genio come Cale. L’album “The Velvet Underground” esce nel 1969, ed è come se ci portassimo nella nostra solitudine una nuova ragione d’angoscia. Lo spazio creativo adesso è tutto in mano a Lou Reed. Anche se le atmosfere si fanno più morbide, più liquide, meno ossessive, le canzoni non perdono in tensione, anzi acquistano un’impronta più sofisticata, quasi dandy.  Qui c’è qualcosa di diverso che assomiglia a un vero sentimento. C’è un insieme che tiene unito il tutto, non venendo mai meno quel tono malato, malsano e inquieto che è la prerogativa della musica dei Velvet… è sempre una strada stretta e piena di tenebre quella che percorrono. Soltanto meno rumorosa: è nelle crepe più buie che lentamente e quasi senza rendercene conto, si perde il proprio destino. Un giorno ci voltiamo indietro ed già troppo tardi per cambiare direzione. Sembra una cosa banale, ma il più delle volte accade proprio così. “Cowboy Billy” si guardò intorno, e disse al tassista: “qui c’erano interi quartieri che pullulavano di persone, gente e ancora gente, potevi incontrare chiunque per strada. Pittori, vagabondi, musicisti, poeti e visionari. Beni preziosi per l’umanità. Alle volte però la strada è come una ferita triste”. “Loaded” uscito nel 1970, segna la fine della più grande rock’n’roll band che sia mai esistita su questo pianeta. L’ho detto e lo ripeto. La più grande rock’n’roll band che sia mai esistita su questo pianeta.
Questo è il loro ultimo disco ma è anche il percorso solista di Lou Reed. Come sempre avviene quando ci sono di mezzo quei radical-chic che hanno scritto la storia del rock, quest’opera è stata considerata paccottiglia. Si sono divertiti a parlarne male e anche a sproposito. Però “Loaded” non è un disco minore, o da prendere sottogamba; è il turno di notte di tutti quelli che hanno spinto la vita per non farsi nascondere nulla, è la bandiera di chi se ne fotte se la città è troppo grande e finirà per schiacciarlo. “Perché un bel giorno sente una stazione di New York e non riesce quasi a credere a ciò che sente, proprio no. Comincia a muoversi a quella musica favolosa. Sai, la sua vita fu salvata dal rock’n’roll si, rock’n’roll” (Rock&Roll). E’ in questo disco che un mucchio di artisti, durante gli anni settanta ha trovato l’ispirazione per scrivere le loro canzoni. “Loaded” è un disco da portarsi per strada quando si viene fuori dalle tenebre deliranti e si torna a viaggiare su dimensioni più reali. L’inizio di una nuova era. “Non c’è la farai mai” gli disse il taxista “ad arrivare al confine”. “Provaci” rispose “Cowboy Billy” toccando il calcio della pistola.
“Ora ascoltami, vai a destra, poi svolti e dritto verso l’autostrada”. Il taxista fece stridere con rabbia le gomme sull’asfalto, accelerò e si immise lungo l’arteria che rasentava i centri commerciali. Qualcuno lo chiamò via radio. “Taxi 109! Taxi 109!”… Non rispose. Continuò a guidare cambiando fila di frequente, accelerando ogni volta che trovava dove infilarsi. Teneva un occhio sullo specchietto retrovisore, e poi finalmente accese anche la radio. Attraversarono la città lasciandosi dietro l’urlo delle sirene. Tijuana adesso era più vicina.

giovedì 17 agosto 2017

Cara Palombelli, anche Giulio Regeni senza coraggio?



Cara Palomba,
Si è parlato molto della ciabattata che qualche giorno fa hai tirato in faccia ai giovani giornalisti italiani – intendendo per “giovani” quegli under 40 che in qualunque altro Paese del mondo sarebbero considerati vecchi da un pezzo.
In passato, altri esponenti della tua “generazione 50” – quella nata appunto negli anni ’50, che dagli anni ’80 occupa tutti gli avamposti di potere nel Paese – avevano randellato i giovani, non solo i giornalisti, chiamandoli bamboccioni, choosy, mammoni, eccetera; tu invece l’hai presa sul personale, ovvero dal punto di vista del giornalismo.
Il problema, secondo te, è che la mia è una generazione di cagasotto, senza il coraggio necessario a “scrivere la verità”. Giusto ieri ho letto un articolo del New York Times su Giulio Regeni, e allora ho deciso di scriverti, per raccontarti un episodio che mi è successo l’anno scorso – e nello stesso tempo, per inserire le tue parole nel contesto generale del Paese.
Circa un anno fa ho scritto una riflessione sulla satira in Italia, che partiva dalla vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto ad Amatrice. Per uno di quei meccanismi strani del web, l’articolo è stato letto da un milione di persone (non so se tutti cagasotto o meno). Qualcuno lo ha segnalato a Charlie, che lo ha tradotto in francese e pubblicato sulle sue pagine.
Poi quelli di Charlie mi hanno chiamato, per invitarmi a Parigi; io ci sono andato e, ti posso assicurare, lassù c’è veramente da cagarsi sotto: la redazione è un bunker segreto, per andarci devi firmare una dichiarazione in cui ti impegni, con l’anti-terrorismo, a non rivelare a nessuno dove si trova; dentro ci sono decine di agenti mitra alla mano e i giornalisti girano col giubbotto anti-proiettile. Il tutto per tutelare il diritto a disegnare Donald Trump con la vagina e la Merkel con il pistolino: pensa che Occidente di cagasotto che siamo.
Questa esperienza l’ho raccontata in un reportage, che aveva, quanto meno, il pregio dell’esclusiva, visto che prima di me nessun giornalista aveva mai avuto il permesso di entrare.
Tornato in Italia, ho inviato, senza “contatti” o “intermediari”, il mio pezzo ad alcuni direttori di  testate con cui tu collabori o hai collaborato, e il risultato è stato il seguente: un  direttore figlio d’arte non mi ha risposto; un altro noto direttore anche lui figlio d’arte non mi ha risposto; il capo-redattore esteri di un noto quotidiano mi ha risposto, dalle piste da sci, dicendo che avrebbe “dato un’occhiata” e poi non ha risposto; un altro vice-direttore ha fatto sapere che avrebbe risposto e poi è sparito.
Ho avuto allora un tragico sospetto: quello di aver scritto una cagata pazzesca, tipo tennista che sbaglia un comodo smash sul centrale di Wimbledon.
Però ho fatto la contro-prova. Ho tradotto il pezzo in francese, e l’ho mandato al quotidiano francese Liberation. Sei ore dopo, avevo nella mail una proposta di acquisto, e il 5 gennaio 2017, a due anni dall’attentato, il mio pezzo è uscito in prima pagina sul quotidiano francese.
Da li in poi quel reportage è stato tradotto e pubblicato altrove, in giapponese, in spagnolo, sono stato invitato in una trasmissione in Francia, una in Canada e perfino in Honduras, sempre senza “contatti” o “intermediari”: ma questo non ha importanza.
Ciò che conta, cara Palomba, è che come vedi non è questione di scrivere la verità: puoi avere tra le mani una storia di rilevanza mondiale, ma al mondo del grande giornalismo italiano, stupefacente miniatura di tutta la società italiana, non frega assolutamente nulla. Perché voi della Generazione 50 avete preso il giornalismo, come molti altri settori culturali ed economici del Paese, e li avete trasformati in ghetti impermeabili a ogni interferenza esterna, dove passate le giornate a parlarvi addosso e, se usate il web, lo usate giusto per sbirciare Dagospia e vedere se Dago parla di voi.
Al merito avete sostituito gli spaghetti: ciò che conta non è la qualità del lavoro di una persona, ma andare a farce du spaghi nel posto giusto, insieme alle persone giuste, e se non le conosci peggio per te.
Del resto è stato il Ministro Poletti a dire che per trovare lavoro non bisogna mandare il curriculum ma giocare bene a calcetto.
La frase ha suscitato scandalo, ma il Ministro ha solo ribadito l’ovvio, ovvero che in Italia l’unico collante che tiene insieme il Paese è il capitalismo di relazione, definizione edulcorata per riferirsi al modello culturale italiano dominante: la cultura mafiosa, il riflesso pavloviano per cui, se deve affidare un lavoro a qualcuno, il datore di lavoro non si affida al mercato ma all’amico dell’amico; così poi quella persona gli dovrà a sua volta un favore, e in questo suk sommerso di favori fatti e restituiti le gerarchie sociali rimangono intatte.
Capisco che per voi della generazione 50 si tratti di un meccanismo perfetto: i vostri privilegi sono salvi, dall’alto vi godete il panorama di quelli nati dopo che, come cani, si sbranano per spartirsi le briciole.
È  per questo che con cadenza regolare scendete dal piedistallo per dircene quattro e ribadire lo status quo con un pretesto.
Però mi duole darvi una notizia: quelle cose per cui voi dareste la vita, a molti di noi non interessano più. Le ospitate in Rai, i premi alle sagre di Paese d’estate con “Cuore Matto” in sottofondo, il tavolo al Bolognese con vista sul carrello dei bolliti… per molte persone con una qualsiasi professione nel mondo “digital”, sono cose che contano quanto i consigli del dietologo per Giuliano Ferrara: meno di zero.
Oltre alla possibilità di rivolgersi all’estero, già oggi gli investimenti sul web, monetizzati con clicks, followers e visualizzazioni, permettono ai creatori di contenuti di guadagnare come e a volte più delle loro controparti sui media tradizionali: e in Futuro, nonostante i tentativi sempre più disperati per fermarne l’avanzata, la situazione non potrà che migliorare.
Il fatto che tu, cara Palomba, non sappia nominare nessuna “firma” uscita dal web denota solo una cosa: l’ostinazione tua e di tutta la Generazione 50 ad ignorare le eccellenze che il web italiano esprime in ogni campo da almeno dieci anni.
E qui arriviamo all’articolo del New York Times.
A proposito del coraggio di cui parli, faceva impressione leggere il quotidiano più autorevole del mondo parlare di Regeni. Non del “povero” Regeni ma del Regeni eccellente professionista, del giornalista cazzuto e del suo lavoro brillante, raccontato con il massimo rispetto. Lo stesso Regeni che l’Italia della tua generazione 50 e delle “grandi firme” spingeva verso una carriera di retroguardia, e che era andato all’estero per sfuggire alla stessa logica per cui il reportage su Charlie nelle redazioni italiane non fu manco letto mentre all’estero fu pubblicato in prima pagina.
Credimi Palomba: alla luce di quell’articolo, le tue parole mi sono sembrate talmente comiche e grottesche che mi sono messo a ridere da solo, anche se in effetti ci sarebbe stato da piangere.

 Francesco Francio Mazza

domenica 13 agosto 2017

La Fabbrica

La notte come una vecchia baldracca era uscita traballante dal suo nascondiglio segreto, conquistando qualunque cosa. Non avevo molto da fare quella sera perciò me ne stavo seduto nel buio della mia auto, fumando e guardando la città. Me lo ripeteva sempre mio padre che “tutto s’aggiusta nella vita” ma, nel guazzabuglio in cui mi trovavo, non ero più sicuro neanche di questo. Mi sentivo stanco di gironzolare, di camminare, e non trovare mai nulla che mi somigliasse un po’. Accesi la radio per riascoltare “Words From The Front”, un vecchio disco del 1982 di Tom Verlaine. L’ex leader dei Televison è sempre stato un uomo schivo e profondo, un tipo con l’aria provata. Uno che non ha mai usato droghe, brillante e istruito, sghembo e ossuto, che ha sempre scritto canzoni nervose, aspre e agitate e, solo all’apparenza, fredde e ciniche. Allungai un braccio e la chitarra tagliente e affilata di Postcard From Waterloo, non fece alcuna fatica a conficcarsi proprio dove c’era freddo e silenzio. E’ sempre meglio non farsi illusioni, serve a non perdere quel poco d’anima che è rimasta rintanata dentro di noi. La vita prima o poi si riprende tutto, senza sconti. Così quella brutta smorfia che nascondiamo viene fuori, e si mette in bella mostra sul nostro viso, insieme ai nostri fallimenti, alle nostre angosce, che solo a guardarci allo specchio diventa una fatica assurda. Days On The Mountain toccò spietatamente altri punti deboli rimasti scoperti, e mi obbligò a stoppare quei pensieri. Una macchina con più persone a bordo per qualche istante si accostò accanto alla mia. Erano le undici e trenta e mi parve che la musica si muovesse inquieta sotto quell’illusorio gioco di luci che la strada offriva. “Attraverso luoghi di timore, attraverso luoghi di dolore, sotto la pioggia, vedo mio padre varcare i cancelli della fabbrica. La fabbrica lo ascolta, la fabbrica gli dà vita, è vita, vita, nient’altro che vita di lavoro. (Factory – Bruce Springsteen). Da giovane con i miei genitori e mia sorella abitavo in una casa vicino allo scalo merci. Dalla mia finestra potevo udire a qualunque ora del giorno i locomotori dei treni che aspettavano il loro carico, per poi scivolare lentamente sulle rotaie. Nella città in cui vivevo non accadevano molte cose. Era triste e noioso quel posto, fatto prevalentemente di vecchi fabbricati anneriti dal fumo dell’acciaieria. La maggior parte degli abitanti ci lavorava in quella fabbrica, compreso mio padre, e tutti erano iscritti al sindacato. Le cose sembravano che funzionassero, tanto che avevamo comprato il televisore, la lavatrice, e il frigo era quasi sempre pieno… ma non tenere gli occhi aperti e vigili su quegli uomini gli era costato caro. Lentamente, giorno dopo giorno, quei ciarlatani dei sindacalisti, avevano svenduto le loro tutele. Fin quando accadde che la proprietà licenziò tutti i lavoratori. Velocemente smantellarono i macchinari per andare a produrre all’estero. La loro mattanza sociale, inseguendo un profitto sempre più alto, sarebbe continuata sulla pelle di altri uomini, di altre famiglie. La città in breve tempo si svuotò, e anche noi prima che finissero i soldi della liquidazione, andammo via. Spensi rabbiosamente la sigaretta nel posacenere dell’auto. C’ero cresciuto al bar di Pietro Lombardo, un posto che puzzava di acqua di colonia “Mennen”, e Nazionali” senza filtro.  L’unico posto dove potevi farti una partita a biliardo, e bere qualche birra senza che nessuno ti rompesse le palle. Pietro era stato un marinaio, uno a cui piaceva andare in fondo alle cose, un tipo stravagante che sapeva sempre come fare per alzare il morale, e la temperatura corporea agli astanti. Un appassionato di musica rock che ogni sera ci apriva i cancelli del cielo, facendoci ascoltare i dischi che aveva comprato in giro per il mondo. Fu mentre che la pioggia cadeva a rovesci sulla città, che conobbi i Dr. Feelgood. Una band operaia che suonava del rock blues, ad alta gradazione alcolica. Un gruppo di giovani emarginati, capace d’infuocare la notte in quei luoghi di Londra frequentati dal sottoproletariato urbano, da disperati, sbirri e malviventi. Musica diretta al cuore di chi non riusciva a pagare l’affitto, ed era vestita fuori moda. Lee Brilleux suonava l’armonica e cantava, mentre Wilko Johnson suonava la chitarra.  Tipi tosti che con la loro miscela fecero da ponte per far traslocare il rock anni settanta, alla rivoluzione punk. Sparavano cannonate micidiali, rollando e fumando le cover di Chuck Berry, Elmore James Sonny Boy Williamson. Erano dei maledetti selvaggi, e ogni loro esibizione si chiudeva quasi sempre in rissa, per quel troppo vigore di vivere, e di passione che c’iniettavano. Il loro live “Stupidity” uscito nel 1976 ha quel senso di libertà che ti svuota gli occhi dall’odio, e tra il fruscio dei solchi si può sentire ancora il rumore di quel blues che soffia impetuoso solo sulle sponde del Mississippi, mentre la chitarra e l’armonica sono così sincere che ti fanno commuovere. Canzoni sepolte dalla polvere del tempo, ma che mantengono ancora oggi quell’aria scomoda, e quel brontolio rabbioso di chi ha bevuto a sazietà e continua anche da solo a cantare uno sporco trasandato blues. Seduto dentro la macchina tenevo il braccio fuori dal finestrino, lo tenni tanto al freddo, che ad un certo punto sentii dei brividi percorrermi la schiena. Dal lunotto posteriore vedevo la strada piena di luci, e l’insegna di un motel per cuori infranti… e allora chissà perché pensai a Salvo, il mio vecchio amico Sal, sparito per sempre nel buio della notte. Quando eravamo ragazzi ci piaceva guardare i treni, ce ne stavamo per ore distesi sull’erba ascoltando il loro suono. Avevamo condiviso un mucchio di cose che il tempo adesso ha disteso sul letto dei ricordi, come ha fatto anche il suo viso, un volto che sapeva tenere qualunque segreto. Accartocciato nell’ombra il cuore ha preso a battermi forte, e tutti quei pensieri mi è sembrato che si sparpagliassero nel cielo. Tra le stelle. La mia stanza era rettangolare, c’erano pochi mobili e anche quelli per nulla invitanti. Davanti al mio letto c’era uno specchio e una poltrona di velluto che mi aveva regalato un vicino, quando era andato via da quel palazzo. Sul tavolo accanto la finestra c’era appoggiato un abat-jour di rame, un cappello di carta color avorio, e la mia radiolina. Sulla parete sopra il letto una fotocopia in bianco e nero della foto di copertina dell’incredibile isterico debutto, nell’ormai lontano 1977, dei Television. Un disco che rimane un caposaldo assoluto del rock’n’roll, con quell’odore di pioggia e malinconia che sprigionano quelle canzoni secche e appuntite come chiodi. Ho sentito un cigolo nel cuore, e ho preso a traballare. Un sapore amaro mi ha riempito la bocca. “Don’t Point Your Finger”, è uno dei tanti dischi nascosti negli sgabuzzini del rock. Un figlio bastardo, forse anche minore dei Feelgood, ma pure lui è stato una corrente d’aria fresca. Un unghiata nei polmoni pieni di catarro da fumo, su uomini con facce di granito e occhi smorti. Lo pubblicarono nel 1981 Nine Below Zero, un gruppo che ebbe la fortuna di andare in tour con i Kinks, e gli Who e che suonava con grinta e convinzione musica blues e rock’n’roll. Un disco che andrebbe rivalutato, imperfetto come deve essere sempre il rock quando suona sincero e onesto. “Don’t Point Your Finger” fu prodotto da Glyn Johns, uno che ha lavorato con Stones, Who, Faces, Zeppelin, Dylan, J. Hiatt, e tantissimi altri ancora. L’ho riascoltato l’altra sera mentre con gli occhi lucidi e spiritati, scartabellavo vecchie foto di famiglia. Mi sono accorto che mantiene inalterata la sua carica vibrante e tremolante e, soprattutto, quello stupido orgoglio che una volta mi faceva sentire di una specie superiore, quando scaraventato nella notte riuscivo ugualmente a vedere la luce del sole. Non come adesso che sono precipitato nel gradino più basso delle ombre. Ho fatto un sacco di lavori sottopagati, e anche non pagati. Forse mi è sempre mancato il coraggio di andarmene da qualche altra parte. Ma sono come intossicato dal tempo che passa e ti divora; ma stasera, seduto su questa macchina mi fa quasi piacere tenere gli occhi chiusi, aspettando che la luna sparisca dal cielo… è il momento giusto per lasciare che anche “Five” di J.J. Cale, un disco edito nel 1979, mi prenda con sé, con quel suo twang morbido, increspato, e quella voce di J.J. roca e sussurrata, mi racconti ancora un po’ di sogni, e dei cercatori d’oro. Si vive soprattutto di calore. Un tenue sorriso mi è affiorato sull’angolo della bocca. Mentre un nuovo miscuglio di sensazioni, un rimescolamento, mi sta facendo nuovamente sussultare, esitare, gemere. Come la vita. Anche questo mi avrebbe aiutato a tenere insieme i miei brandelli.  Ho fatto le mie valigie e mi dirigo verso la tempesta. Diventerò un imbroglione per spazzare via tutto quello che non si regge in piedi da solo. Spazzare via i sogni che ti distruggono, spazzare via i sogni che ti spezzano il cuore, spazzare via i sogni che ti spezzano il cuore, spazzare via i sogni che ti lasciano perdente, straziato dal dolore”. (The Promised Land – Bruce Springsteen).

 Bartolo Federico